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Bagni di Lucca – Gli “Stati Generali del Castagno”

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Si è svolto a Bagni di Lucca, sabato 5 giugno, organizzato dal Gruppo Parlamentare di Fratelli d’Italia e dalla Segreteria del Senatore Patrizio La Pietra, membro della Commissione Permanente Agricoltura, un interessante convegno sul “Castagno, una risorsa da recuperare e valorizzare”.

 

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Vista la rilevanza che ancora riveste  la coltivazione del Castagno anche in Mugello, abbiamo chiesto a Luca Ferruzzi, che ha partecipato a quel convegno nella sua posizione di responsabile provinciale per l’ambiente di FDI,  di farci un breve resoconto di quanto discusso “E’ nota l’importanza che il castagno riveste nell’economia montana di larghi tratti della provincia di Firenze; penso non solo al Mugello e all’Alto Mugello, ma anche a tutta la Val di Sieve, a interi distretti del Valdarno inferiore e ad alcune zone del Chianti Fiorentino” afferma Ferruzzi “Per questo, assieme con Caterina Coralli, responsabile di FDI per il Mugello, abbiamo ritenuto necessario partecipare a questa importante iniziativa che ha visto la partecipazione, oltre che dell’organizzatore Senatore la Pietra, dell’On. Riccardo Zucconi, membro della Commissione Attività Produttive della Camera, del Cons. Provinciale di Lucca Riccardo Giannoni, della Colonnello del Carabinieri Forestali Raffaella Pettinà, assieme ai rappresentanti di Confagricoltura, Coldiretti e CIA Toscana. Hanno inoltre presenziato il Presidente dell’Associazione Nazionale città del Castagno dott. Poli, i dottori Fabrizio Pennacchio e Alberto Maltoni, rispettivamente di CREA e Università di Firenze, e il dott. Alberto Manzo, Coordinatore del Tavolo per la Filiera Castanicola del MIPAAF”.

 

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“Molti e interessanti gli argomenti trattati”, continua Ferruzzi “il comparto del castagno, che pure nel passato ha rappresentato una colonna portante dell’economia montana ha visto, col tempo, decrescere la propria importanza economica e culturale fino ad essere percepito dalle nostre popolazioni più come un problema che una risorsa.

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E’ necessario quindi rivalutarne l’importanza non solamente in funzione ecologico-ambientale, di difesa idrogeologica e tutela territoriale ma anche in termini di valorizzazione economica dei suoi principali prodotti: frutto, legname da mobili e legna da ardere e da opera.

 

I maggiori problemi del settore sono stati identificati dagli esperti in un soprassuolo di castagneti da frutto in larga misura troppo vecchio che di gran lunga ha superato il suo turno ideale di 80/100 anni, grandemente frazionato in piccole parcelle, per il quale l’analisi costi-benefici dimostra impietosamente, se a tutto ciò si aggiungono una burocrazia spesso sorda alle richieste del mondo produttivo e la presenza di una normativa locale per molti versi asfissiante e paralizzante, l’impossibilità di ottenere da questa coltura un reddito che ne giustifichi la cura o la ricostituzione, almeno nei termini attuali.

 

Con il fenomeno dell’inurbamento e dell’industrializzazione subìto dalla nostra società contadina e montana la proprietà di molti boschi risulta oggi frazionata, con superfici anche inferiori all’ettaro, suddivisa tra figli e nipoti dei vecchi proprietari imprenditori agricoli. I nuovi fruitori di questi boschi, oggigiorno, o sono pensionati o vivono essenzialmente di attività extra-agricole: essi risiedono lontano dai castagneti e certo non dispongono di partite IVA legate all’agricoltura.

 

Per costoro, che si prendono cura del bosco essenzialmente in maniera hobbistica o dilettantistica non sono generalmente disponibili aiuti tra le varie misure previste dal Piano Regionale di Sviluppo per cui, vista l’onerosità e la difficoltà delle operazioni colturali, ci si limita spesso a effettuare ripuliture sommarie, si tralasciano le potature e ci si accontenta di ciò che si raccoglie.

 

Con le recenti infestazioni dell’insetto cinipide galligeno poi, le produzioni, peraltro mai quantificate ufficialmente in modo esatto e univoco, sono ulteriormente scemate in maniera drammatica.

 

In questa situazione non desta meraviglia il fatto che non esista una vera e propria filiera del castagno, con il grosso delle produzioni di materia prima destinato alla nostra agroindustria acquisito dall’estero, particolarmente da paesi quali la Spagna, la Turchia, persino la Cina.

 

Una buona porzione dei nostri castagneti da frutto versa così in condizioni miserrime, con piante inselvatichite su ceppaie di 100/150 anni, massime in quelle non poche localizzazioni all’interno di aree protette, riserve naturali e parchi dove le prescrizioni, in quei luoghi solitamente più restrittive che altrove, ne minano alla base la redditività e quindi la cura”.

 

“All’estero, invece, da tempo si è provveduto ad un ringiovanimento della base produttiva, in non pochi casi adottando forme di coltivazione specializzata, impianti ubicati ad altitudini meno elevate, l’impiego dell’irrigazione, l’uso di cloni più produttivi appartenenti a ibridi euro-giapponesi sativa x crenata, o anche arrivando a selezionare, a livello di germoplasma autoctono, il materiale genetico più adatto ai nuovi scopi: in una parola rendendo le nuove marronete più simili a frutteti, magari sottoforma di ceduo da frutto, che non ai boschi ai quali siamo abituati”.

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“Il convegno, allora” continua Ferruzzi “ha messo l’accento sulla necessità da un lato di pensare ai castagneti esistenti e alla loro ricostituzione in chiave mista di una fruizione focalizzata più sull’aspetto ecologico che su quello economico, continuando a prevedere e razionalizzare finanziamenti di tipo prettamente ambientale tra difesa del suolo e conservazione della biodiversità, dall’altro al favorire la creazione, possibilmente a quote più basse e declività meno accentuate, di  veri e propri frutteti specializzati da reddito, idealmente includendo questi tipi di produzione tra le misure finanziabili dalla PAC. In tutti i casi, come proposto dall’Associazione Nazionale Città del Castagno per ovviare alla non-finanziabilità attuale dei produttori cosiddetti hobbistici, che sono oggi preponderanti rispetto agli imprenditori agricoli, si dovrebbe pensare a finanziamenti ottenibili direttamente dalle loro associazioni, o da consorzi tra piccoli produttori. A tutto ciò, e ad altro ancora, dovranno dare adeguate risposte il nuovo Piano di Settore e nuove leggi nazionali e locali in materia”.

 

“Già nel 1957 il compianto Prof. De Philippis” conclude Ferruzzi, “Luminare di Selvicoltura all’Università di Firenze, si pronunciava sulla necessità di accelerare la ricerca di specie ed ibridi più resistenti ai patogeni, già preconizzando le notevoli difficoltà cui sarebbero andati incontro i castagneti di allora ed esprimendo seri dubbi sul destino che li attendeva, complici i cambiamenti climatici palesatisi poi in modo irruente nell’ultimo quarantennio: è davvero triste notare quanto egli avesse ragione. si tratta allora di seguire la via da lui tracciata già sessant’anni addietro.

 

Il castagno è pianta rustica e resiliente, ma ha bisogno della mano dell’uomo se lo vogliamo nella sua forma nobile e gentile, quelle delle belle comunità appenniniche che sono parte integrante della nostra cultura, del nostro stesso essere: non abbandoniamoli”.

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© Il Galletto Notizie del Mugello e della Val di Sieve dal 1986
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