Dante e il Mugello | In occasione del VII Centenario della morte dell’ Alighieri

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Viste le iniziative numerose ed importanti dei centenari passati e considerato che è già attivo un Comitato Regionale con la presenza di tutti i Sindaci della Provincia. Prendendo atto che il 2021 sta per iniziare, mi sembra giusto che anche noi Mugellani si possa “fare qualcosa” per ricordare un grande evento che ci riguarda direttamente.

Sarebbe gradito se a livello locale “si muovesse qualcosa”, ogni iniziativa divulgativa culturale sarebbe molto gradita a tutti.

In Firenze abbiamo Emeriti Professori. In Mugello non mancano ambienti che possono essere sedi di incontri e conferenze e ci sono ottimi personaggi locali che possono intervenire.

Se stessimo solo a guardare sarebbe un tagliarsi le ali.

Per parte mia considerate le modeste possibilità, vorrei contribuire con un piccolo scritto che serva a meglio individuare i luoghi, i fatti, gli avvenimenti che furono attraversati dal Grande Poeta nella nostra terra. Oserei dire una piccola piattaforma da cui partire, una base nozionistica per poi volare più in alto.

Per questo ho scritto dure righe e pregato “Il Galletto” di pubblicarle nei modi e quando riterrà più opportuno.

Era ripartito da Roma con certezza che il Papa (Bonifacio VIII) gli aveva fatto un cattivo scherzo. Perché non volerlo ricevere? Perché aver rimandato a Firenze gli altri due colleghi e trattenuto lui soltanto?

Ed infatti la cattiva notizia la ricevette a Siena mentre stava rientrando in Firenze. La città non era più governata dai Guelfi Bianchi, ma i Neri ora avevano il potere grazie a Carlo di Valois (falso paciere) con le sue truppe francesi, grazie ai neri rientrati notte tempo e grazie ai maneggi del Pap.

Nei primi giorni del novembre 1301 Corso Donati ed i Neri si erano dati a saccheggi, razzie, vendette, uccisioni, violenze ed avevano rovesciato il potere a loro favore. Basti pensare che le condanne a morte furono più di 600 oltre le confische dei beni e le condanne all’esilio. Lui era fra i condannati ad una grossa multa in denaro e l’’esclusione dai pubblici uffici, qualora si fosse presentato. In caso contrario (quale contumace) sarebbe stato condannato “per baratteria, frode, falsità ecc …… lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione dai pubblici Uffici, esilio perpetuo e, se lo si prende, al rogo così che muoia”.

Lui non era più a Siena, ma con altri fuoriusciti Bianchi, si era diretto al Castello di Gargonza per decidere cosa fare. E lì fu deciso di dirigersi ad Arezzo (città ghibellina) dove avrebbero trovato altri fuoriusciti Bianchi ed anche vecchi ghibellini esuli da molti anni (dopo la sconfitta di Campaldino del 1289).

I numerosi fuoriusciti trovarono aiuto nei Conti Guidi di Poppi e negli Ubaldini del Mugello e formarono una “università” di parte Bianca. Una riunione di questa capitudine si ebbe l’otto giugno del 1302 a San Godenzo, erano presenti tre della famiglia dei Cerchi tra cui Vieri, 4 Ubertini, 4 Uberti (tra cui Lapo), uno dei Ricasoli, Gherardini, Pazzi, Scolari e Dante Alighieri in qualità di oratore e segretario/amministratore. L’oggetto della riunione era stabilire come dovevano essere risarciti gli Ubaldini in caso di sconfitta da parte dei Neri fiorentini. A Dante la compagnia non piacque molto per l’unione con i ghibellini e per l’organizzazione che lasciava molto a desiderare.

Lui si diresse verso Forlì ed Imola alla ricerca di Scarpetta degli Ordelaffi capo ghibellino e valido comandante e combattente. Infatti si riuscì a riunire un gruppo di armati di diverse provenienze che, al comando di Scarpetta si diresse alla volta di Firenze attraverso i possedimenti degli Ubaldini ma con scarsi successi.

Lo scontro più importante si ebbe a Pulicciano (gruppo di case con Castello su uno spuntone di roccia sopra Ronta). Da una parte i Neri fiorentini col Podestà Fulcieri de Calboli e dall’altra parte i vecchi esuli ghibellini riuniti sotto il comando di Salinguerra ed i fuoriusciti bianchi di varie città sotto il comando di Scarpette Degli Ordelaffi. Il Castello di Pulicciano non capitolò ed il rapido rinforzo del Podestà fiorentino respinse verso la Romagna Scarpetta ed i suoi.

“a sinistra dietro la porta della Chiesa di Pulicciano vi è una lapide che è stata apposta in occasione del sesto centenario della morte di Dante (settembre 1921) che descrive in modo chiaro l’evento del marzo 1303. Dante percepisce ancor più la disorganizzazione dei vari gruppi di guelfi bianchi e ghibellini e resta settico sulla riuscita di affrontare Firenze con le armi.

Diversamente dal suo pensiero, Scarpetta, gli Ubaldini, i Guidi e gli ultimi fuoriusciti raccolgono tutti coloro che hanno da regolare i conti con Firenze (anche esuli di Bologna, Pistoia, Aretini e Pisani) e viene deciso l’attacco armato alla città.

Il 20 luglio del 1304 (nonostante la contrarietà di Dante) l’università bianca in esilio, forte di 1600 calvalieri e 9000 fanti si presentò a La Lastra, sotto Trespiano ed attaccò la città.

Ma il tentativo fallì per varie cause; per il ritardo di alcuni alleati (i pistoiesi arrivarono alle 5 del pomeriggio, per l’impazienza del Baschiera dei Tosinghi (comandante frettoloso) per la disorganizzazione, per il caldo afoso, per la confusione e nonostante che i Bianchi avessero raggiunto la porta di San Giovanni, furono impauriti da notizie e si ritirarono.

Il tentativo di riprendere con le armi Firenze era fallito e Dante lo aveva capito prima infatti non era con loro perché aveva già lasciato la “compagnia malvagia e scempia” e aveva “fatto parte per se stesso”.

È ora che matura il suo dolore; passato il momento della voglia di vendetta, quando vuol reagire con le armi alla violenza subita; è ora che passa alla riflessione a considerare la malvagità dei suoi simili, è ora che passa a considerare l’ingiustizia patita per una condanna falsa con accuse inventate e frutto solo di odio e rancore verso “UN PRIORE” che si era adoperato con tutta la sua forza per salvare la libertà della Repubblica Fiorentina e del popolo fiorentino, da un Papa tiranno che voleva fare della Toscana un feudo per i propri nipoti.

Ora è veramente solo, come dice Lui, non affetti, non casa e famiglia, non amici, non rispetto ed una vita pubblica, lontano dalla amata città natale, nell’incertezza del vivere, a fare da Segretario, Ambasciatore, scrivano ed anche maggiordomo a piccoli tiranni che guelfi non sono e nemmeno rispettosi dei diritti dei loro sudditi.

I rapporti di Dante con il Mugello non sono poi molti, ma sono importanti perché rappresentano il momento in Lui passa dall’ira alla riflessione , è il momento del riordino delle idee, il momento della valutazione di quanto ingiustamente subito dai suoi concittadini.

Immaginarsi Dante al convegno di San Godenzo, sulle strade per Imola e Forlì, a Montaccianico e Santa Croce con gli Ubaldini, all’Uccellatoio (per studiare il possibile rientro armato) da dove vide forse per l’ultima volta l’amato Battistero intorno al quale giocava felice da ragazzo.

Forse proprio qui maturò quelle qualità che hanno fatto di Lui un uomo unico al mondo e che ha prodotto:

Se mai continga che il poema sacro

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al quale ha posto mano e cielo e terra,

si che m’ha fatto per più anni macro,

vinca crudeltà che fuori mi serra

del bello ovile ov’io dormì agnello,

nimico ai lupi che gli danno guerra,

con altra voce omai, con altro vello,

ritornerò poeta, ed in sul fonte

del mio battesimo prenderò il cappello;

Paradiso C. XXV 1-9

Forse altre volte Dante è passato per le nostre strade. Dopo il soggiorno presso i Malaspina in Lunigiana, lo troviamo nuovamente presso il Castello di Romena in casentino, proprietà dei Conti Guidi. E qui gode di un periodo di relativa tranquillità. Dopo, il Mugello esce dai suoi itinerari.

Certo che negli anni di vita (1318-1321) presso i Da Polenta a Ravenna, nella pace di quella Corte, con la famiglia riunita, la sicurezza economica, in mezzo a veri amici e letterati, avrà ripensato alle turbolenze dei primi anni di esilio, alla voglia di vendetta, al desiderio di farsi giustizia con le armi.

Ma non poté godere di lunga vita: per Lui i disegni della Provvidenza erano diversi. Mentre ritornava da una ambasceria a Venezia, risolta felicemente, una maligna zanzara gli trasmise la malaria e gli tolse la vita nelle notte fra il 13 e 14 settembre 1321 all’età di 56 anni.

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© Il Galletto Notizie del Mugello e della Val di Sieve dal 1986
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