Essere ristoratori nonostante tutto | Dicomano

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Il decreto del 25 ottobre scorso ha colpito con severità soprattutto il settore della ristorazione (insieme, come sappiamo, al mondo dello sport e dello spettacolo). La decisione è stata accolta relativamente bene dai diretti interessati, ma anche dai clienti più o meno affezionati ai bar/ristoranti. Nel nostro territorio sono tante le attività di questo tipo e di conseguenza tante le persone lavorativamente occupate in questo settore, che non solo soddisfa – solitamente – noi residenti, ma che spesso fa star bene quei tanti turisti che ci vengono a trovare. Il piccolo paese di Dicomano non fa eccezione: conta molti bar e ristoranti, nonostante appunto la sua estensione ristretta. Abbiamo deciso, noi della redazione, di andare a parlare con alcuni di questi ristoratori per raccogliere testimonianze, conoscerne i sentimenti e per constatare quanto sia difficile lavorare in questo clima di paura e diffidenza, e con tutte le restrizioni del caso.

In generale sappiamo che il Dpcm scorso ha imposto la chiusura anticipata dei locali: tutti chiusi alle 18 in punto, senza eccezioni, a meno che non venga effettuato il servizio di asporto e consegna a domicilio. Questo ha comportato una riduzione dei clienti, e dunque dei guadagni, come ci spiega Paolo Rossi, proprietario del Caffè Grandangolo: “Con la chiusura anticipata abbiamo perso la parte, importante, dell’aperitivo e del dopocena. Di consueto il lavoro partiva alle 18:30/19 per finire intorno alla mezzanotte e andava a ricoprire un buon 35% del lavoro. I soldi persi per la mancanza di questi servizi sono impossibili da riprendere, anche con il delivery”. Lo stesso vale per la pizzeria Zitto e Mangia di Sebastian Modafferi: “Oltre ad aver perso i clienti che si fermavano per una birra dopo il lavoro o per una merenda veloce, non abbiamo più la possibilità di fare tutte le pizze che facevamo di consueto per la cena. L’asporto ci porta a fare 20/30 pizze a sera… praticamente niente!”.

Le persone tentano di reiventarsi e mantenersi a galla, dunque, aderendo anche a pratiche non consuete al proprio lavoro, come l’asporto dell’aperitivo, che però non funziona come quello “in presenza” al bar. Questo perché, come spiega ancora Paolo Rossi, “L’aperitivo è convivialità e socialità, di conseguenza se non posso raggiungere queste condizioni… non lo faccio. Farlo in casa da solo è un po’ più triste e lo puoi fare solo ogni tanto”. Un altro locale che molto lavorava di normale dall’ora dell’aperitivo al dopocena, è On the Road, aperto da poco più di un anno e mezzo. I proprietari giovanissimi, Andrea Pretolani e Lorenzo dell’Amico, sono vogliosi di lavorare e portare avanti la propria attività, ma anche particolarmente delusi, se non arrabbiati, data la situazione in corso. Così Andrea ci spiega “L’aperitivo non è scomparso, si è anticipato, ma non richiama più tanti clienti, sempre più impauriti dal contagio e dai provvedimenti. Abbiamo lavorato secondo le regole, come facciamo ancora oggi per esempio durante il pranzo, che fortunatamente va bene… qual è dunque il senso di chiuderci alle 18?”. Inoltre, il timore di un nuovo lockdown coinvolge tutti, anche se verrebbe vissuto in maniera diversa da ciascuno degli intervistati. Pensiamo però che dietro i nomi di questi titolari ci sono dei dipendenti, alcuni dei quali già in cassa integrazione, e l’insoddisfazione dei pochi sussidi giunti per la prima chiusura totale.

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Ma tra i ristoratori dicomanesi, vi è un altro giovane: Matteo Roselli. Lui ha una storia un po’ diversa dagli altri perché durante questi mesi è stato buttato totalmente a terra dalla crisi economica, ma ha trovato la forza di rialzarsi e reinventarsi. Proprietario del ristorante Il Ghiottone, Matteo, in seguito al primo lockdown è stato costretto a chiudere perché impossibilitato a pagare le varie spese del locale, i dipendenti e l’affitto. Le direttive di sicurezza e le norme igienico-sanitarie hanno comportato uno sforzo economico considerevole – a lui come a moltissimi altri – e una riduzione dei clienti da soddisfare (sia per la diminuzione dei posti a sedere, sia per la stessa paura del contagio di cui sopra). Il suo cuoco ha però, racconta ancora Matteo, avuto un’idea brillante: rilevare un fondo sempre a Dicomano per farci una rosticceria/pizzeria d’asporto. Per ora le cose vanno bene, ci fa sapere, ma anche nel suo caso la paura di un nuovo lockdown e delle conseguenze economiche sono forti.

Queste testimonianze ci hanno fatto capire che il malcontento è cosa comune, soprattutto in riferimento alle restrizioni ritenute illusorie e inutili, e agli sforzi richiesti per adeguarsi alle regole poi in parte vani con la chiusura alle 18:00, senza aver prima ottenuto buoni sostentamenti economici dallo Stato. Vi è però anche quel grado di positività data soprattutto dalla consapevolezza di essere persone forti che daranno il tutto per tutto per mantenere le proprie attività aperte. A tal proposito vogliamo citare le parole che Matteo ha usato per concludere con noi la chiacchierata: “Ce la faremo… ma grazie a noi stessi e a tutti i sacrifici che abbiamo fatto, stiamo facendo e continueremo a fare! E spero che questo periodo ci unisca sempre più, soprattutto noi commercianti”.

Non resta che augurare buona fortuna a tutti loro e agli altri ristoratori di Dicomano e non solo! E invitare i nostri lettori, quando possibile, a darsi una mano l’un l’altro per il bene comune.

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© Il Galletto Notizie del Mugello e della Val di Sieve dal 1986
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