Francesco Giunta: un fascista mugellano e il dramma delle Foibe.

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Abbiamo appena celebrato la Giornata della Memoria per commemorare gli ebrei vittime dell’olocausto e la Giornata del Ricordo delle vittime delle foibe. Antonio Margheri già sindaco di Borgo e storico locale, attraverso la figura di un fascista mugellano, ripercorre gli eventi che per quasi trent’anni sconvolsero i territori di confine tra l’Italia, la Slovenia e la Croazia teatro delle violenze dei nazi fascisti e dei comunisti di Tito, violenze che costarono la vita e l’esilio a uomini e popoli che fino ad allora erano riusciti a convivere, nonostante etnie, religioni, culture e costumi diversi.

 

Il 10 dicembre 1920 una squadra di 12 fascisti fiorentini armati, dopo aver pranzato nella villa della contessa Marianna De Cambray Digny a Schifanoia (San Piero a Sieve), partì alla volta della campagna circostante dove i contadini delle leghe bianche cattoliche avevano issato sui tetti di casa e nelle aie le loro bandiere bianche per manifestare l’adesione allo sciopero per chiedere la riforma dei patti colonici e della mezzadria. Sotto le minacce degli squadristi alcuni coloni accettarono di riporre le bandiere. Altri opposero resistenza e Giovanni Sitrialli, un anziano mezzadro di Pianvallico, fu freddato con un colpo alla fronte. Era la prima spedizione fascista nelle campagne toscane che si concludeva con un omicidio. Tutti rimasero impuniti. Un mese prima i coloni erano entrati nel parco della villa della De Cambray Digny reclamando il licenziamento del direttore amministrativo della tenuta  Antonio Giunta (medico condotto, “il dottoraccio”). Nella circostanza, il figlio Giovanni estraeva una pistola e veniva tratto in arresto dai carabinieri. Non risulta fosse presente a questi gravi episodi l’altro fratello, Francesco Giunta. Quest’ultimo era nato a San Piero il 21 marzo 1887 e, fervente interventista, aveva partecipato come volontario alla guerra 1915-18 con il grado di capitano di fanteria, per passare poi nei reparti mitraglieri. Operò sul confine orientale, nell’Ufficio informazioni truppe, cioè di un settore dell’Esercito che avrebbe dovuto sorvegliare ciò che vi accadeva all’interno, ma in realtà forniva informazioni condite di molti pregiudizi su tutta la popolazione esistente nell’area orientale, in particolare relativamente agli sloveni e ai croati. Agli inizi del 1919 Giunta fu tra i fondatori della sezione fiorentina dell’Associazione nazionale combattenti (ANC) imponendo una linea nazionalistica ed imperialistica ostile alle tendenze democratiche e sostenendo “la necessità di conquistare il potere con un colpo di mano”. Paladino degli interessi degli agrari fu protagonista di spedizioni contro i coloni e le leghe socialiste, soprattutto in Maremma. La sua formale adesione al fascismo risale all’estate del 1919 e, dopo i moti contro il carovita nel capoluogo toscano, riversò il suo impegno nell’Alleanza di difesa cittadina dove, con Luigi Zamboni, organizzò e capeggiò le squadre d’azione, composte in genere da ex arditi, che in seguito costituirono i nuclei originari dello squadrismo fiorentino. Fu Francesco Giunta, in persona, a portare l’adesione del combattentismo toscano al primo congresso dei fasci di combattimento, a Firenze il 9 ottobre 1919. Vicinissimo ormai a Mussolini, nel gennaio 1920, Francesco Giunta si trasferisce a Trieste dove diventa, per tutto il ventennio, l’incontrastato capo del fascismo cittadino assumendo poi ruoli di assoluta importanza a livello nazionale. In poche settimane riescì a raccogliere 14.700 iscritti e a dar vita al secondo quotidiano fascista in Italia, Il Popolo di Trieste. Il 20 febbraio 1920 tiene un comizio a sostegno dell’impresa fiumana di D’Annunzio (prendendone poi le distanze, su direttiva di Mussolini) e manifesta subito i tratti più violenti, nello stile e nei metodi, dello squadrismo fascista. Il 13 luglio 1920 è il protagonista dell’assalto e dell’incendio dell’hotel Balkan, sede del “Narodni Dom”, luogo di ritrovo, centro culturale ed economico della minoranza slovena a Trieste ma dove operano anche croati. Durante il tragitto, i fascisti devastarono diversi negozi gestiti da sloveni, alcune sedi di organizzazioni slave e socialiste, la sede del consolato jugoslavo, gli studi di diversi professionisti. Renzo De Felice ha definito l’incendio del Balkan “il vero battesimo dello squadrismo organizzato”. L’anno successivo, durante la campagna elettorale, Giunta si espresse in questi termini: “Per me il programma comincia con l’incendio del Balkan”. Le proteste slovene non servirono a nulla. Non si aprirono inchieste, non incominciarono processi. Fu uno spartiacque nella storia della città e dell’intera area che inasprì quei conflitti nazionali e politici che, già apparsi nella seconda metà dell’Ottocento, esploderanno con il nazionalismo (la concezione perversa secondo la quale la terra che ospita tutti appartiene ad un solo popolo, mentre gli altri, le minoranze, sono da considerarsi ospiti sgraditi, quando non invasori), gli effetti devastanti della dissoluzione degli imperi plurinazionali, l’oppressione totalitaria, le guerre d’aggressione, le persecuzioni razziali, le violenze di massa e gli spostamenti forzati delle popolazioni. Con il Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 furono assegnati all’Italia Trieste, Gorizia e Gradisca, l’Istria e alcuni distretti della Carniola. Entro i nuovi confini del Regno d’Italia si ritrovarono anche 490 mila croati e sloveni. Inseriti, fino ad allora, nel contesto multietnico e multiculturale dell’impero asburgico, le nuove popolazioni del Regno d’Italia si trovarono subito a dover fare i conti con la nuova realtà di appartenere ad uno Stato nazionale e unitario, tanto più percorso da un forte nazionalismo e intriso di razzismo antisloveno. Il fascismo, prima movimento poi Regime, acutizzerà al massimo queste tendenze con una politica di italianizzazione forzata tanto da far assimilare, con effetti devastanti, l’italianità all’essere fascista. Durante il ventennio fascista l’italiano venne imposto come unica lingua negli uffici, nelle scuole, in tutti i luoghi pubblici e anche nelle chiese, perché agli sloveni era vietato anche pregare nella loro lingua. L’italianizzazione riguardò anche il cambio dei cognomi e della toponomastica. Un corpo normativo che sembra anticipare le leggi razziali. Vennero smantellate e smembrate le strutture della società slovena e croata: circoli culturali, sociali, sportivi (circa 400), delle cooperative. Colpita la classe dirigente ed il ceto medio, che si trasferisce a Lubiana. Accanto all’italianizzazione, allo smembramento delle famiglie, per i sospettati di antifascismo c’è il Tribunale Speciale. Nella regione furono 131 processi del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, a carico di 544 imputati sloveni e croati. Le condanne a morte furono 65, di cui il 60%  riguardava sloveni e croati. In questi anni decine di migliaia di persone lasciano le nuove regioni annesse all’Italia, dirette molte in Austria, Ungheria, Germania, Francia. Ma anche Americhe e Medio Oriente.  60 mila nello Stato jugoslavo che si formò a est dell’Italia.

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In questo contesto Francesco Giunta ebbe un ruolo fondamentale. Alle elezioni politiche del maggio 1921 si presenta come capolista e viene eletto con il Blocco nazionale (sarà deputato fino al 1939). Il 3 marzo 1922 è protagonista del colpo di mano su Fiume che provocò la caduta del governo di R. Zanella, insidiatosi nell’ottobre 1921. Nel settembre 1922 Mussolini gli affida la responsabilità della spedizione fascista contro Trento e Bolzano, che determinò la caduta dei commissari governativi delle due città e rappresentò l’ultima operazione militare in grande stile dello squadrismo prima della marcia su Roma. Nell’organizzazione della marcia su Roma, al Giunta toccò l’incarico di occupare Trieste con le squadre fasciste della Venezia Giulia e del Friuli. Successivamente venne chiamato a far parte del Gran Consiglio del fascismo nella veste di segretario e il 15 ottobre 1923 fu nominato segretario del Partito nazionale fascista (PNF), carica che conservò fino al 24 aprile 1924 quando fu costretto a dimettersi per motivi di opportunità essendo indagato per l’assassinio di Giacomo Matteotti e la feroce bastonatura subita dal dissidente fascista Cesare Forni. Uscito di scena per alcuni anni fu ripescato da Mussolini il 21 dicembre 1927, nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio, carica che ricoprì fino al 20 luglio 1932 contribuendo a tessere i rapporti con il Vaticano per la stesura del Concordato del 1929. Per il suo fedele impegno fascista gli furono assegnate munifiche cariche di rappresentanza in una pletora di organismi economici e finanziari e nel settembre 1932 fu chiamato a ricoprire la carica di presidente dei Cantieri riuniti dell’Alto Adriatico. Apprezzò da subito e senza riserve la politica estera nazista e fu tra i primi del gruppo dirigente fascista a guardare con ammirazione alla Germania di Hitler per una possibile alleanza anti anglo-francese e che consentisse di avviare una revisione degli assetti europei dopo Versailles. Nel gennaio 1936 ebbe modo di illustrare a Mussolini le sue linee per una alleanza con Hitler in una lunga memoria. Com’è noto, è nel 1938 che l’alleanza tra l’Italia e la Germania si realizza ed ha come drammatica conseguenza la consegna al consolato tedesco dell’area giuliana dei dati del censimento degli ebrei in un clima di antisemitismo che si coniugò molto bene con l’antislavismo, elementi che rinfocolarono la violenza nelle piazze e contro la popolazione civile. Di lì a poco seguirà la guerra, l’invasione della Jugoslavia del 6 aprile 1941 e l’annessione della provincia di Lubiana al Regno d’Italia, e ancora il dominio nazista sul litorale adriatico. Dentro ad una nuova guerra mondiale, in un contesto di violenti conflitti etnici, sociali, politici e razziali, la violenza assunse una capacità distruttiva enorme. La guerra diventa totale, anche contro la popolazione civile, ben oltre gli eserciti e le forze militari in campo. In questo contesto si colloca la violenza dell’esercito fascista contro le popolazioni slovene e croate della regione, gli antifascisti e la comunità ebraica. Nella sola Slovenia: 4.000 ostaggi fucilati, 1.900 torturati o arsi vivi, 1.500 deceduti tra gli internati nell’Isola di Arbe, migliaia di internati a Gonars, in Veneto, in altre regioni. Viene adottata la strategia di far terra bruciata. Circa 100.000 jugoslavi vengono internati. Era la guerra agli slavi, ma anche ai comunisti, diventati sinonimi. Francesco Giunta, l’11 febbraio 1943, in veste di governatore, giunge in Dalmazia, dove, il 25 luglio 1943, lo sorprese la caduta di Mussolini. Aderirà alla Repubblica sociale italiana, come responsabile dell’ufficio stampa del ministero della Difesa. Con l’armistizio del 1943 in quelle terre dell’Alto Adriatico e dei Balcani si aprì una fase tragica e sanguinosa. Le truppe tedesche disarmano gran parte dei soldati italiani (a migliaia si uniranno anche alla Resistenza), 800 mila vengono deportati in Germania o nei campi di concentramento. In quelle settimane si verifica anche l’ingresso in Istria del movimento partigiano jugoslavo (tra cui molti italiani) ed è in un contesto anche di grande confusione che per giorni si susseguono vendette private, regolamenti di conti, linciaggi, processi sommari e fucilazioni che colpiscono gli italiani, sia rappresentanti del fascismo che del ceto dirigente locale e anche civili estranei a qualsiasi responsabilità politica. I corpi verranno, in parte, gettati nelle foibe, le voragini tipiche delle regioni carsiche che tradizionalmente venivano usate come luogo di occultamento o di sepoltura frettolosa. Seguirà l’occupazione nazista. Nei territori annessi al Regno d’Italia dopo la prima guerra dominano ormai i nazisti, le milizie collaborazioniste di Salò erano alle dipendenze delle SS, senza alcuna parvenza nazionale.  E comunque la X Mas di Junio Valerio Borghese si distingue nella caccia, nelle torture e negli omicidi di partigiani. Proprio a Trieste si costituisce l’unico campo di sterminio presente sul territorio italiano: la Risiera di San Sabba. Utilizzata per la deportazione degli ebrei verso i lager della Polonia, la Risiera funge anche da campo di eliminazione per i partigiani locali, sia italiani che jugoslavi. Le vittime dirette del lager, gestito dalle autorità naziste ma a cui contribuiscono attivamente le delazioni e gli arresti compiuti dai fascisti italiani, sono circa 5.000. Non è possibile dar conto, nemmeno sommariamente, delle vicende che precedettero la sconfitta dei nazifascisti e la presa del potere da parte del movimento di liberazione jugoslavo. Nella lotta contro gli occupanti caddero non soltanto collaboratori dei nazisti e dei fascisti veri e presunti, uomini delle istituzioni e rappresentanti a vario titolo del potere italiano, militari e membri delle forze di polizia, ma anche semplici cittadini di sentimenti patriottici e sloveni anticomunisti, come pure resistenti e antifascisti che si battevano per la sovranità italiana sulla regione, tutti inseriti nella categoria dei “nemici del popolo”, dai quali il nuovo Stato e società socialista doveva venir epurata. Se lo Stato fascista si era impegnato per la “bonifica etnica”, lo Stato socialista di Tito era ora impegnato per una “bonifica politica”. Pur differenti tra loro, il tratto comune può essere individuato nella scelta di una politica di integrazione selettiva: la leadership dominante individua componenti diverse di popolo: alcune sono giudicate compatibili, a certe condizioni, con il nuovo ordine statale, altre no. In certi contesti tutto ciò può sfociare in grandi tragedie. Entrambe ideologie e pratiche politiche fondate sulla discriminazione, sancite dallo Stato e all’interno della dimensione statuale. L’esito ultimo per gli italiani fu un doloroso esodo di massa che si protrasse per diversi anni nel dopoguerra fino al 1956, via via che si ridisegnavano i confini di un Paese, il nostro, che usciva sconfitto da quella guerra e che non è ancora oggi riuscito a conciliare il dramma delle foibe, del rispetto per i familiari delle vittime e del successivo dramma biblico dell’esodo con il rispetto e riconoscimento dei drammi croati e sloveni e il valore del tributo di sangue di migliaia di partigiani, di staffette, di antifascisti, di famiglie del Friuli-Venezia-Giulia. Un esodo, giova ricordare, che fu un tassello di altri colossali trasferimenti di popolazione prodotti dalla guerra e dai successivi mutamento dei confini. Basta pensare ai 12 milioni di tedeschi disseminati in Europa e cacciati dai nuovi Stati, ai circa 500.000 di ucraini e bielorussi che si trasferirono in URSS, ai 5 milioni di polacchi che si spostarono seguendo la modifica del confine. Infine, il nostro Francesco Giunta. Venne catturato dagli alleati e rinchiuso nel campo di internamento di Coltano. La Jugoslavia lo accusò di essere un criminale di guerra e, tramite la Commissione Alleata (in data 24 gennaio e 14 ottobre 1946), ne richiese invano all’Italia l’estradizione. Giunta venne invece consegnato all’Alto Commissariato per le sanzioni contro i reati fascisti, che aveva deciso la riapertura dell’istruttoria per il delitto Matteotti, in cui appariva tra gli imputati: Venne però assolto. Si ritirò a vita privata. Nel 1950 dichiarò: “Sono stato fascista e uno squadrista convinto. Non lo rinnego. Io ho creduto di servire il mio paese e l’ho fatto con il massimo disinteresse. Si è detto che sono stato fazioso. Anche Gesù Cristo è stato fazioso per i farisei. Ma io l’ho fatto per la mia fede e non l’ho mai rinnegato”.

Morì a Roma l’8 giugno 1971.

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