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Il progetto industriale eolico sul Monte Giogo di Villore e sul Giogo di Corella e la resistenza dei Crinali

Quando si parla della proposta di impianto industriale eolico sul Monte Giogo di Villore e sul Giogo di Corella non si trova pace.
Segnaletica per i sentieri

Si sa. Si sa quale logica micidiale sta dietro la proposta di impianto industriale eolico sul Monte Giogo di Villore e sul Giogo di Corella. Purtroppo si sa, e non si trova pace.

Non si trova pace che si sia potuto arrivare fino a questo punto, che si siano messe in campo tante energie, cittadini, commissioni, luoghi istituzionali, per un progetto che un sano buonsenso avrebbe dovuto bocciare sul nascere, o meglio, che non doveva proprio vedere la luce.

Perché si sa quale nefasta logica è alla base del progetto: una logica di profitto privato.

            Purtroppo è esclusivamente il profitto privato che nell’ultimo cinquantennio ha mosso le leve del mondo, con conseguenze catastrofiche sia sul piano sociale (una disparità di ricchezza inaudita e sempre crescente) e sul piano naturale (cataclismi a ripetizione).

            Propugnatore di un tale ordine di cose è un organismo geneticamente modificato che pure conserva sembianze umane, un umanoide OGM la cui essenza più intima corrisponde col valore monetario.

            Ora questo umanoide è diventato sacerdote di una religione: la religione dell’eolico.  Va predicando che bisogna mettere pale dappertutto, senza discriminare. Il dogma di questa nuova religione dice che ogni luogo va sacrificato al moderno totem della pala eolica. Sacerdoti officianti sono il management delle imprese e gli amministratori locali che fanno da chierichetti. Lancia in resta, partono all’assalto del territorio, con le spalle coperte dalle laute vettovaglie che arrivano dalla fortezza Europa.

            E giustificano questa “guerra santa” col fatto che la Terra è sull’orlo del collasso (strano poi che questo discorso derivi dal mondo economico-finanziario che, fin qui, è stato il principale responsabile del collasso ambientale).

           

Ma cosa credi, caro umanoide OGM, che non lo sappiamo anche noi (e invece dubito che TU lo sappia, che ti ostini a muoverti solo ed esclusivamente in base alla legge del profitto), che la civiltà umana gira a 17 tw (terawatt) di consumo di energia istantanea 24 ore su 24? Per fare un confronto, l’energia istantanea rilasciata dalla tettonica delle placche (calore e movimento) si attesta sui 40 TW. Per fortuna sono misure irrilevanti se confrontate con i 130.000 tw di energia istantanea disponibile sulla Terra grazie alla sola azione del sole, e che aspettano solo di essere usati nel migliore dei modi possibili. (Bruno Latour, La sfida di Gaia, 2015).

           

Non sappiamo invece a quanti terawatt di energia, (e di CO2 immessa nell’atmosfera),  ammonta tutta la produzione  di armi che le potenze industriali vendono per promuovere e fomentare  i conflitti sparsi per il mondo nel proprio interesse. Due esempi per tutti: le due guerre del Golfo e quella in Libia, sostenute dagli USA e dai loro alleati occidentali, dove il pretesto per i gonzi è stato quello di “esportare democrazia”, mentre, nel primo caso era in realtà quello di controllare i pozzi di petrolio, e nel secondo, in Libia,  di evitare la nascita della moneta unica africana che la Libia stava poponendo, e che si sarebbe posta in competizione col dollaro e col CFA, il franco che circola in diversi paesi africani (Manlio Dinucci, 2021).

            Di fronte alla crisi sanitaria globale dell’infezione da covid si è fermato il mondo, ma non le guerre e la produzione di armi.

            Cosa si può sperare?

            È la visione del mondo che deve cambiare, verso una prospettiva rivoluzionaria, dove non sia più il consumo, e l’accaparramento di energia che lo sostiene, lo scopo primario dell’umanità, ma il cambiamento degli stili di vita.

            Voi, voi che volete costruire le pale sul crinale di Villore, siete favorevoli a questo discorso e ad agire di conseguenza, o a voi conviene costruire le pale senza cambiare minimamente il corso di un “progresso” che è semplicemente mortale per l’umanità e per il pianeta? E se voi non vi pronunciate, è il vostro agire che parla per voi, un agire che non è altro che un arrembaggio a impadronirsi delle ultime zone intatte della Terra per trarne profitti, come ben dimostra la proposta di impianto industriale in un luogo unico come il Giogo.

           

Gli interventi invasivi e massivi sul territorio, tanto più se questo territorio è ancora intatto nelle sue componenti fondamentali, vanno vagliati in base a criteri politici e non economici, in base a criteri di salvaguardia e non di distruzione. La scienza di Gaia dice che bisogna creare alternative senza distruggere. Invece fin qua, la stessa governence politico-affaristica che ha provocato il disastro globale, vorrebbe ora, grazie soprattutto ai finanziamenti europei, vestire i panni del medico per risanare.

            “Una parte crescente dell’imprenditoria italiana vede nel territorio non un bene essenziale dell’equilibrio ambientale ma una risorsa facile per i propri affari” (Piero Bevilacqua, 2021).

            “È la violazione sacrilega, ossia lo sfruttamento delle zone vergini e incontaminate a prefigurare, dopo il genocidio di milioni di animali e di intere specie, il non inauspicabile scenario di un’infezione globale della specie umana, e quindi, prima o poi, di una sua spontanea estinzione” (L’assemblea degli animali, Filelfo, 2020).

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Le foreste, i boschi d’alta quota, le cime, non possono essere oggetto di mire predatorie. Hanno una valenza assoluta, ab-soluta, cioè sciolta da ogni legame con valori di ordine economico, proprio perché sono parte integrante ed essenziale del più vasto mondo naturale.

Anzi, coloro che pongono mire interessate su quei luoghi, che sono scorta di vita e di benessere per i secoli futuri, si pongono atumaticamente fuori dal consorzio umano, perché ne minano le basi materiali e morali. Sono luoghi che legano tutti gli umani al di là delle appartenenze politiche, religiose, sociali.

Chi attenta a quei luoghi attenta alla pace e alla convivenza. Perché la bellezza, la  ricchezza e varietà di forme e di colori, fanno parte del patrimonio archetipico di ognuno, tramandato come memoria inconsapevole dall’inizio dei tempi, e rappresentano il limite alle spinte centrifughe e divisive rappresentate da sete di potere e sete di soldi.

Sono luoghi di libertà e di storia, situati lontano dal caos e dalla coazione al consumo, dove lo sguardo non impatta su manufatti umani, ma viaggia fra antichi alberi, distese di prati, torrenti ora più ripidi ora più calmi, e torri, guglie, cupole di monti. Incarnano e tramandano una memoria secolare, relativa a tutti coloro che li hanno abitati e usati, ma senza stravolgerli: boscaioli, carbonai, raccoglitori, mercanti, allevatori, pellegrini, contrabbandieri, monaci, partigiani, uomini di lettere. E anche storia di eserciti, di ecclesiastici, di castelli e conventi.

Uno spazio-movimento, “dove all’apporto dello spazio circostante… si assommano i doni del movimento” (Il Mediterraneo, Fernand Braudel, 2017). 

Le pale eoliche verrebbero a distruggere irrimediabilmente questa bellezza che è sì esterna, ma che risuona, filo d’erba per filo d’erba, anche dentro l’animo umano. Secondo una corrispondenza che rivela come anche l’uomo sia natura, e distruggendo questa si distrugge quello: lo si impoverisce, lo si depriva come quando muore una persona cara.

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Ma purtoppo oggi tutto è diventato oggetto di mire speculative. Tutto, anche quei beni primari dono della natura e fondamentali per l’esistenza, come l’acqua. Da quest’anno, negli USA, in California, l’acqua diventerà una merce quotata in borsa, gestita per la gran parte da due colossi del settore, entrambe francesi, Veolia e Suez. Ciò perché si pensa che l’acqua, in un futuro non molto lontano, diventerà una risorsa non rinnovabile, alla stregua delle energie fossili. E ciò richiama gli appetiti inesausti del capitale. Già si stima che entro il 2030 circa 700 milioni di persone potrebbero abbandonare il proprio territorio per mancanza d’acqua. E il rapporto UNESCO 2018 afferma che nel 2050 tre miliardi di persone soffriranno per grave mancanza d’acqua. Dunque, oggi, attentare alle risorse idriche di un territorio, è più di una leggerezza, è un crimine.

A questo punto una domanda sorge spontanea: che fine farebbero, se mai venisse installato l’impanto eolico, le falde acquifere e i numerosi torrenti che scorrono lungo i pendii dei crinali di Villore e Corella, beni primari per la fauna, la flora e le persone del territorio circostante?  

Non si sa!

Ma tante cose, relative a questo progetto, restano ignote. Come reagirebbe il suolo con migliaia di tonnellate di cemento? E la fauna migratoria, di cui addirittura è stata negata l’esistenza? E la fauna stanziale? E i costoni, già di per sé franosi, della lunga strada che dalla statale conduce in vetta?  

E lo sguardo, e il cuore, e la memoria?

La sete di guadagno nulla rispetta e tutto travolge.

Alterare e in definitiva distruggere il crinale di Villore e Corella con un impianto industriale è, né più né meno, uno fra i tanti attentati ai beni fondamentali della Terra, non solo da un punto di vista ambientale, ma anche da quelli di pacifica convivenza tra umani e regno animale e vegetale.   

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La pietas è un sentimento che ti fa riconoscere nell’altro qualcosa, un’essenza, simile in tutto ciò che popola il pianeta Terra. La pietas ti avvicina all’altro, nella sua accezione più vasta di vivente. Ce lo fa sentire nostro pari. La pietas è empatia, che ti avvicina alla sofferenza dell’altro perché leggi quella sofferenza anche come qualcosa di tuo: ognuno è partecipe dell’altro e dell’ambiente in cui vive.

In questo senso il “capitale”, e le persone che lo rappresentano, sono dei “dissimili”. Senza empatia, e per questo si pongono fuori dal consorzio umano, perché non ne condividono lo spirito comune. Non riconoscono, nella vita, un valore comune da difendere. Tutto,- persone e ambienti,- sono considerati nel loro potenziale di lucro. Il mondo dell’azienda non riconosce il bello ma solo l’utile. L’utile per crescere economicamente e avere nuovo e altro potere per continuare nella sua opera di sfruttamento. È una spirale che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi, se no non si capirebbe come amplissimi spazi della Terra vengano devastati, bruciati, e poi fatti oggetto di mire speculative. E non si capirebbe nemmeno come l’aumento vertiginoso delle diseguaglianze stia avendo una crescita esponenziale: l’1% della popolazione mondiale detiene il 50% della ricchezza.

Ma sentiamo le parole di papa Francesco: “La protezione ambientale non può essere assicurata solo sulla base del calcolo finanziario di costi e benefici. L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere o promuovere adeguatamente… È realistico aspettarsi che chi è  ossessionato dalla massimizzazione dei profitti si fermi a pensare agli effetti ambientali che lascerà alle prossime generazioni?… Il principio della massimizzazione del profitto è una distorsione concettuale dell’economia: se aumenta la produzione interessa poco che si produca a spese delle risorse future o della salute dell’ambiente; se il taglio di una foresta aumenta la produzione, nessuno misura in questo calcolo la perdita che implica desertificare un territorio, distruggere la biodiversità o aumentare l’inquinamento oppure un mutamento significativo nel paesaggio, nell’habitat di specie protette o in uno spazio pubblico” (Laudato si’, Francesco, 2015).

E la politica in tutto questo? La politica non dovrebbe sottomettersi all’economia, al suo potere economico e tecnocratico. Invece ricicla chiacchiere superficiali, resta muta quando dovrebbe parlare e in altri casi manganella chi osa prendere la parola. I politici non vogliono contrastare, non vogliono prendersi la briga di mettersi contro chi ha i numeri per decidere e comandare. In pratica ha rinunziato al suo ruolo di scegliere per il bene comune e ascoltare gli abitanti del luogo. Ma sentiamo ancora papa Francesco: “Nel dibattito [intorno alla realizzazione di un’opera] devono avere un posto privilegiato gli abitanti del luogo, i quali si interrogano su ciò che vogliono per sé e per i propri figli, e possono tenere in considerazione le finalità che trascendono l’interesse economico immediato”.

Purtroppo spesso “gli abitanti del luogo” non vengono informati adeguatamente o non vengono per niente informati, e si riducono a essere “oggetti” da manipolare a opera  delle élite politiche  guidate a loro volta dai veri decisori: i detentori del potere tecnico ed economico.

Tecnocrati ed élite, ormai esaltati nella loro volontà di potenza, e senza che ci sia un reale contropotere di controllo e di verifica, sono capaci di svilire gli ecosistemi e le vite umane a semplici strumenti per perseguire i loro fini privatistici. 

Crinali

Un esempio lampante di questo discorso ce l’abbiamo molto vicino a noi: i crinali di Villore e Corella. Il variegato aspetto della natura che vi regna e degli animali che li popolano sono un antidoto ai virus che stanno infettando l’anima: la competizione spietata con il corollario della violenza, l’omologazione al consumo, la superficialità del possedere e del mostrare. Eppure il capitale è portatore di un virus più forte di qualsiasi antidito, se è vero che esso è riuscito finora a ridurre il pianeta Terra nelle condizioni boccheggianti in cui si trova, e non intende fermarsi. “L 1% dei ricchi inquina il doppio di tutti i poveri della Terra” (Luca Martinelli, 2020). Il Giogo di Villore è diventato l’ennesima preda da sacrificare per le tasche di pochi azionisti. La calma, il sillenzio, i boschi, i colori, gli animali, l’acqua, non avendo valore monetizzabile se restano nel loro stato originario, è come se non avessero valore tout-court. Prendono valore solo se subiscono una trasormazione distruttiva che li ponga in una dimensione generativa di reddito, e reddito per pochi.

Ma chi decide questo? Chi si prende una responsabilità cosi grande da violare un “patrimonio” naturale ricco di diversità, di storia e di cultura; riferimento, risorsa e riparo per un variegato mondo di umani e animali che scelgono di partecipare della sua armonia? Chi è che si prende la responsabilità di eliminare un bene che è il cuore pulsante di un territorio?

Si vorrebbe aprire lo scrigno delle cime del Giogo e rubare tutti i gioielli che contiene. Rubarli, scappare e lasciare macerie e detriti.

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Non si può accettare la colonizzazione delle pale sul Giogo di Villore, il luogo lo rigetta: ci fanno a pugni.

A chi è venuta in mente quest’ idea? Ai dirigenti dell’ azienda proponente? E in che modo? Hanno guardato sugli algoritmi informatici i potenziali luoghi per un impianto eolico? Ma poi, una volta che si sono recati materialmente sul posto e si sono resi conto di quale splendido luogo il “cervellone” gli avesse indicato, non hanno sentito l’esigenza immediata di rifiutare il suggerimento? Non si sono resi conto che in realtà  a una determinata altezza, esposizione, estensione corrispondeva un luogo provvisto di una ricchezza naturalistica, paesaggistica, faunistica, idrica, floristica, storica, insomma di un luogo fornito di anima?

Evedentemente no. E dunque non mi si venga a dire che anche voi, voi uomini e donne dell’azienda, rappresentanti del cieco mondo affaristico-imprenditoriale, ascendete sui monti con sacralità e rispetto. È solo una misera bugia, un’ennesima falsificazione e capovolgimento della realtà. Se veramente salite sui monti con questo spirito, una volta in cima al crinale avreste alzato una preghiera di lode al Signore e sareste ridiscesi compunti e mortificati dell’errore. Invece nulla vi ha toccato, non il paesaggio, non i colori, non il silenzio, perché in realtà siete intoccabili da questi aspetti. Nella vostra testa è balenato il calcolo e nei vostri occhi il segno del denaro, che ha rivestito di sé come un mantello boschi radure fiumi e paesaggio.

Sembrerebbe anacronistico parlare di colonizzazione oggi, ma in realtà esistono processi di colonizzazione moderna non meno feroci di quelli antichi. Basti pensare a cosa succede in quei territori dove sono presenti risorse energetiche di qualunque tipo, dalle fossili ai cosiddetti metalli tecnologici. Infatti come si procede in questi casi: o si interviene militarmente con qualunque pretesto, come per esempio è successo in Iraq, o si comprano le materie preziose direttamente da milizie locali, dopo averle armate, che sfruttano senza scrupoli manodopera ridotta in schiavitù, come succede per i diamanti in Sierra Leone o il coltan in Congo.

Quale risorsa ora è diventata importante alla stregua del petrolio, del rame, dei metalli tecnologici? Il vento. Il vento alla stregua di quelle risorse energetiche. E infatti cosa succede? Come avvoltoi piombano i moderni colonizzatori in funzione dei loro interessi,  non curandosi di alterare la cultura, le tradizioni e l’ambiente autoctono.    

Crinali

Ma se loro non tengono conto di questi aspetti, perché letteralmente accecati dalla sete di profitto, cosa pensare dei politici locali che ne avallano le scelte? Che tipo di sete ha mosso questi ultimi? Eppure costoro qui ci sono nati, conoscono l’incredibile bellezza e unicità di quell’ampio fazzoletto di crinale incastonato come una gemma nel più vasto territorio del Mugello. Perché sono andati dietro acriticamente senza sollevare obiezioni? Non si rendono conto che così si giocano il futuro del loro territorio, dal momento che il Mugello possiede una sola, vera e imperitura ricchezza: la natura, il paesaggio, meritevole di investimenti  adeguati alla sua vocazione?

C’è da chiedersi in cambio di che cosa hanno dato questo appoggio. Cosa li ha mossi. La paura di opporsi al moderno Leviatano: il mostro immane e distruttore che tutto comanda e tutto divora: territorio, coscienza, passato e futuro?

Che cosa, si può sapere che cosa? Che cosa fa la politica? Si fa complice di quello che sarebbe, né più né meno, un colpo di mano, un atto sacrilego? Un sacrilegio che calpesterebbe millenni di equilibrata sinergia tra uomo e ambiente e che ha plasmato lo scintillio dei crinali così come ora li possiamo vivere e ammirare?

Si sa cosa interessa ai manager: il massimo profitto da dividere tra gli azionisti.

Ma gli amministratori? I loro azionisti sono i cittadini. Eppure sembra che invece siano loro gli azionisti dell’impresa, talmente la stanno favorendo, proteggendo, coccolando.

Facciamo parlare i fatti:

1) ai primi di dicembre 2019 alcuni amministratori del Mugello si fanno parte attiva per una gita all’impianto industriale eolico di Rivoli Veronese, costruito dalla stessa ditta interessata a Villore, anche se i due luoghi in questione sono diversissimi e non confrontabili in nessun modo, basti solo portare due dati: l’impianto di Rivoli è a 3 chilometri dal casello autostradale, quello proposto a Villore è a 45 chilometri; nel primo caso il dislivello da supererare si aggira sui 300 metri, nel secondo sui 1000, con relativo sventramento di tutto ciò che è sul percorso;

2) in data 20 giugno 2020, di fronte a un pacifico e composto flasch-mob di una cinquantina di cittadini contrari al progetto nel comune di Vicchio, sono sopraggiunti i carabinieri con seguente accompagnamento in caserma e denuncia di almeno sette partecipanti;

3) l’esplicita chiamata dei carabinieri  avvenuta poi il 7 ottobbre 2020, davanti ai locali dell’Unione dei Comuni del Mugello a Borgo San Lorenzo, nei confronti di alcuni cittadini che chiedevano informazioni in merito a un incontro “privato” che stava per tenersi in quei locali tra gli amministratori e i vertici della ditta. Come se potesse essere “privato” un incontro in cui si sta trattando di interessi economici enormi relativi a una vasta area pubblica con le caratteristiche uniche che conosciamo.

Pare che il Mugello sia diventato una provincia da colonizzare, senza che nessuno, o quasi, di coloro che hanno la responsabilità di guidare la Cosa Pubblica, sia disposto ad alzare una voce forte e chiara in sua difesa.

Come mai i nervi saltano così facilmente? Non si accetta di essere sindacati su scelte che pure dovrebbero essere massimamente trasparenti e vagliate dall’intera comunità?

In realtà questi sono chiari esempi dove la dignità del cittadino, lungi dall’essere valorizzata, viene calpestata e il cittadino ridotto a semplice contribuente e passivo utente dei servizi.

Viene penalizzata e negata la massima funzione del cittadino: quella della “cittadinanza attiva” (Ardeni, Bonaga, 2020), da esercitare in termini di controllo, progettazione, capacità d’inchiesta ecc.

Le amministrazioni dovrebbero favorire l’aggregazione delle risorse della società civile, l’espressione del potenziale latente del corpo sociale.

Diritto-dovere dei cittadini è far sentire la propria voce, la propria opinione, soprattutto quando dissente da quella degli amministratori pubblici.

La cittadinanza è una struttura inclusiva, e non può essere marginalizzata con la repressione.

Conviene qui ricordare la famosa concezione aristolelica: “Si non est civis non est homo”. E cioè, in quanto civis (cittadino) ogni individuo ha un suo ruolo all’interna della civitas e collabora alla retta gestione della res publica.

Qui invece, presso di noi, si assiste al paradosso di cittadini a cui non viene riconosciuto il diritto-dovere di fare la loro parte nel contribuire a indirizzare una linea di gestione del territorio che pure abitano. E solo perché la loro opinione contrasta con quella del dominus, il quale addirittura li criminalizza, obbligandoli ogni volta a dichiarare le proprie generalità alla forza pubblica, quando addirittura non vengono condotti in caserma.

Eppure oggi più che mai c’è bisogno del controllo attivo dei cittadini. Perché il potere economico coincide col potere tecnologico, entrambi sono concentrati in un soggetto unico, che dunque ha una capacità di pressione e condizionamento enormi sul livello politico tale da renderlo di fatto succube alla sua volontà.

Insomma, ogni volta che sono in ballo interessi economici gestiti dal potere tecno-finanziario, deve verificarsi una scelta politica che coinvolga la comunità, proprio perché questo enorme potere, lasciato nelle mani di pochi, può essere esrcitato a danno dell’interese generale.

Qualunque discorso che riguarda una collettività deve anche venir controllato collettivamente.

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Sentiero

Invadendo le cime del Giogo si erodono le basi materiale e morali di una comunità. Le basi materiali riguardano l’utilizzo che quella comunità ha fatto e fa del territorio e che si può ulteriormente incentivare: dalle risorse agresti, alla rete di agriturismi a un turismo qualificato  non consumistico, il cosiddetto “turismo lento” e consapevole, che ha per scopo un rapporto e uno scambio rispettoso con l’ambiente. Un rapporto non guastato dai ritmi alterati del consumo e della competizione, ritmi, questi ultimi, “dove gli uomini non trovano la felicità in una condizione di pace mentale…, ma al contrario in un continuo scorrere del desiderio da un oggetto all’altro. La conquista del primo non fa che aprire la via al successivo, cosicché, accecati dal loro tornaconto, sono destinati a desiderare senza tregua, a costo di distruggere gli altri e alla fine se stessi” (L’assemblea degli animali, Filelfo, 2020).

Le basi morali riguardano le tradizioni ancestrali che si stratificano in un dato territorio. Se queste tradizioni vengono cancellate tramite l’alterazione dell’ambiente, viene cancellata anche la memoria che ne era alla base e le perpetrava.  Subentra una sorta di alienazione dal proprio stesso passato, e dalle figure degli antenati che lo hanno popolato.

Colonizzare industrialmente il Giogo è come se si cancellasse una lingua e una cultura. Un cuore antico che smette di battere.

E dunque l’ordine morale ha a che fare con l’interiorità dei viventi. La distruzione di un ambiente è anche una distruzione interna. “Questo Universo è un unico essere vivente che contiene in sé tutte le specie, avendo un’unica anima in tutte le sue parti” (Plotino, Enneadi).

 Se esiste un’anima del mondo e tutti ne fanno parte, quello che accade all’anima esterna, all’anima del mondo, accade anche all’anima interiore, di ognuno.

La salute psichica e la salute del pianeta si salvano se recuperiamo quella sorta di sapere naturale che è propria delle specie viventi non umane. Nel momento in cui l’umano si distacca dagli altri animali approda all’incapacità di fare il bene comune (Thomas Hobbes, Leviatano, 1651).

 Per gli animali, il bene comune non è diverso da quello dei singoli. Per gli umani, e in particolare per alcuni rappresentanti della sua specie, il bene dei singoli viene perseguito a discapito del bene comune, anche se ciò potrebbe comportare la distruzione dell’Eden. Che nel nostro caso è a portata di mano, di gambe, di occhi: il Giogo, che nel suo isolamento ha conservato quella conoscenza naturale e primordiale propria del vivente non umano.

La conoscenza naturale del mondo è quella che ci permette ci credere nelle realtà durature, credere che al mattino ti svegli e ritrovi intatto il tuo giardino dell’Eden.

 Il mondo del business, del profitto, con la sua voracità predatoria, mina alla base il sogno del risveglio, e lo trasforma nell’incubo del risveglio.

Se l’anima esterna soffre non può esserci redenzione per l’anima individuale (L’anima del mondo e il pensiero del cuore, James Hilman, 2002). Se gli uccelli migratori avranno il passo sbarrato da ostacoli enormi; se i rapaci moriranno schiantati su strani, ipnotici oggetti rotanti; se castagni secolari verrano sradicati; se i grilli a migliaia verranno schiacciati sotto le ruote degli escavatori, l’anima di ciascuno di noi si impoverisce e soffre. Perde ricchezza e profondità, perde vita e vitalità, perde speranza. E se là dove ci aspettavamo paesaggio, silenzio, sguardo libero e colori inensi, troviamo manufatti umani che hanno alterato e dissacrato il tempio della natura; se nessun luogo più conserva ciò che lo faceva unico e particolare; se nessun luogo più si offre come porto, allora l’uomo si sente tradito dai suoi stessi simili e si scopre in una prigione anziché in un tempio.

Un recente studio dell’università dell’Aquila ha documentato come il territorio italiano “è ormai disseminato di barriere e ostacoli alla continuità ecologica” e che il patrimonio naturale italiano è sottoposto a un progressivo impoverimento.

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Il Mugello è  stato pubblicamente definito, da alcuni amministratori locali che pure ora propendono per il progetto eolico, come “il polmone verde della Toscana”. Ebbene, con quale logica, con quale coerenza vanno poi ad appoggiare,- e i loro atti stanno a dimostrarlo,- una terapia (le pale), che quel polmone vanno a bucarlo, a infettarlo. Una misura che risulta cancerogena, con susseguente sicura metastasi, se è vero che le 8 pale sul crinale di Villore sarebbero solo un cavallo di Troia per altre svariate pale da dispiegare lungo il crinale. D’altra parte l’hanno detto proprio loro, i manager della ditta proponente, che entro il 2030 ottomila chilometri di crinali devono essere occupati da pale eoliche!

Vogliono trasformare il variegato e colorato volto del mondo in monotonia, uniformità, deserto. “Il deserto della modernità” (James Hilman).

Le passeggiate ordinate e preorganizzate sotto le pale: così muore la vitalità del desiderio, la vitalità del cuore, la ricchezza immaginativa dell’animo umano. Non ci resta che la famelica acquiescenza davanti agli “spettacoli” preparati da altri.

Una devastazione feroce dell’ambiente, come la domesticazione dei crinali, viene fatta passare come una misura utile e necessaria (ma per chi?) e, per l’ambiente, poca cosa, una banalità.

La banalità del male!

Il male spesso non è quella cosa feroce e inaudita che spesso si crede, ma a volte si riduce a una domanda in carta bollata, magari articolata in un progetto, a cui ne segue un’altra e un’altra ancora, rimbalzando da un ufficio all’altro, da un’Unione dei Comuni a un assessorato regionale, fino a un bollo finale che autorizza la catastrofe.

Bisogna capire, una volta per tutte, che nella produzione di energia va superato il concetto di profitto.

E non è un’utopia. Anzi, ciò comincia a sembrare possibile grazie alla discussione in Parlamento di un disegno di legge delega sulla base di direttive europee. Il disegno di legge riguarda un esempio di economia circolare, dove il consumatore è anche produttore.

Si tratta delle cosiddette “comunità energetiche”, i cui potenziali soggetti sono: i condomini; i centri commerciali; vie di città/quartieri di paese; distretto industriale; aree agricole interne. Comunità che sfrutterebbero l’energia da fonti rinnovabili (per lo più fotovoltaico) di ridotte dimensioni e nelle immediate prossimità  degli edifici degli utenti.

I vantaggi sono molteplici: eliminazione della spesa dell’intermediazione (non compriamo la corrente da nessuno dal momento che la produciamo da soli); eliminazione della dispersione della rete (dal momento che la corrente si produce in loco); e infine accesso agli incentivi (che per una volta non vanno ad arricchire nessuno) e ai super-bonus fiscali (Daniela Passeri, Livio De Santoli, 2021). I Comuni dovrebbero farsi promotori di simili progetti, anziché dei mega-impianti distruttori di ambienti e di bio-diversità, e che risultano sempre più sorpassati.

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Ma ora consideriamo un aspetto che forse fin qui è stato trascurato. Il Giogo di Villore-Corella, con l’aria, le piante, la rete dei torrenti e gli animali che lo popolano, non ha importanza solo in relazione agli umani che lo rispettano e ne usufruiscono, ma ha un’importanza “per sé”, in quanto dotato di una propria soggettività.

Il crinale ha una sua voce, un suo canto, un suo profumo, che vuole tenere così com’è e continuare a spandere intorno. Non vuole farsi sopraffare dal rumore dei rotori, dalle ferite al suo corpo, dal puzzo degli scarichi e degli oli minerali.

“Aisthesis” era la parola che i greci usavano per indicare la percezione o sensazione. E in quella parola c’è il doppio significato di estetico e estatico. Cioè qualcosa al di fuori di me, percepito coi sensi, ha ridestato la mia meraviglia e il mio stupore. E cosa può ridestare meraviglia e stupore se non l’anima di qualcosa? Infatti il sentimento estatico dello stupore si accende in noi quando cogliamo il segreto, l’intimità di qualcosa: fosse una persona, un’opera d’arte, un paesaggio. E cos’è questo segreto se non la sua anima? Il suo segreto ha colpito la mia anima (e il mio cuore). È un incontro che è anche condivisione, è un riconoscersi, un ritrovarsi. Una consonanza. Perché, evidentemente, qualcosa di comune già ci univa, anche se a nostra insaputa.

Non è il cervello la vera sede della conoscenza, ma il cuore, che percepisce e sente allo stesso tempo, che è capace di penetrare l’essenza altrui.

Il cervello calcola, il cuore si meraviglia, si apre all’altro, alla sua parte più recondita. Il cuore è capace di sentire la soggettività degli oggetti, il loro valore in quanto entità viventi, laddove il cervello vede solo cose inanimate da sfruttare.

Le pale sul crinale sarebbero il sintomo di una malattia: l’an-estesia del cuore.

An-estetizzato il cuore a sentire l’anima delle cose, nemmeno l’anima del crinale viene riconosciuta, e allora lo si può ammazzare tranquillamente e definitivamente. E con esso ammazzare anche un pezzo della nostra anima.

A tutto vantaggio del freddo calcolo an-estetico, che schiaccia l’umano a oggetto materiale, a oggetto da indirizzare unicamente per il consumo: merce tra merce.

Laddove darsi il tempo di osservare le qualità di un luogo, i particolari, i colori, gli odori, i sapori, le qualità tattili; conoscerlo attraverso un rapporto intimo, attraverso “un naso animale”, contribuirebbe a rallentare il ritmo della civiltà. Fermarci su ciascun evento limiterebbe la nostra fame di eventi, rallenterebbe la corsa dei consumi.

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Perché si svende un territorio che incarna memoria e bellezza, passato e futuro? Perché?

Per leggerezza, per arroganza, per mancanza di visione futura, per interesse, per accrescere potere, per non sapersi oppore al potere dei soldi, per non saper dire “NO”, per non saper ascoltare la propria voce profonda e la voce di chi quel “NO” sa gridarlo a piena voce e se ne infischia dei soldi, della paura e della sottomissione? È paura di inimicarsi il potente di turno? È il timore reverenziale di amministratori di piccoli comuni di fronte a chi è in grado di manovrare milioni di euro?   

Non è possibile che si svenda il proprio territorio, la sua ricchezza e bellezza, così a cuor leggero, senza colpo ferire, senza avanzare dubbi o incertecce, anzi facendo da protettori e facilitatori.

Allora vorremmo che qualcuno che ha responsabilità pubbliche provi a ragionare, a vedere che in alcuni casi la moneta è carta straccia, serve solo a devastare. Vorremmo che gli nascesse qualche interrogativo, che vedesse la  complessità di una situazione ma anche la sua semplicità: che mai alterazione e distruzione possono portare vantaggi duraturi.

Forse si risponde a richieste di istanze superiori: vertici regionali e/o di partito, a cui bisogna dimostrare che anche “il Mugello fa”. Non importa cosa sia questo “fare”, qualunque cosa sia, anche un disfare, un rovinare. Ma il “Mugello fa”! Laddove, nel Mugello, per “fare” veramente  bisognerebbe salvaguardare con le unghie e coi denti, e valorizzare, quello che c’è e com’è, perché resti “il polmone verde della Toscana”. E per “valorizzare” intendiamo accompagnare con progetti mirati la vocazione naturale del territorio, non progetti che lo stravolgono e ne tradiscono il passato e le aspettative future.

È questa la gara ardua di chi ha veramente a cuore questo luogo e non uniformarlo alla rovina generale.

L’impianto industriale altererebbe un equilibrio tra tutti i fattori naturali che persiste da secoli. Alterarlo significa distruggerlo, trasformarlo in altro da quello che è ora: irriconoscibile per l’uomo e per la stessa natura.

Gli elementi della montagna: suolo, fauna, vegetazione, falde acquifere, se alterati si avviano inevitabilmente verso il degrado, come dimostrano i vari “deserti” che puntellano la superficie del globo.

Avremo anche dei deserti eolici?

Infine vogliamo fare un appello.

Cari amministratori, non prestatevi alle dubbie manovre di chi ha potere economico e tecnocratico.  Non lasciate che siano loro a parlare e a decidere per voi. Non siete politici a loro disposizione. Siete politici che possono e devono migliorare la qualità del loro territorio: date il vostro contributo, crediamo che lo sapete fare. Vi chiediamo, in sostanza, una prova della vostra indipendenza. Mirate alla vostra libertà e al bene comune.

(A cura di Tommaso Capasso)

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