In morte di Paolo Personaggio del mio “Borgo natìo”

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Pucci Cipriani

 

In genere, nel mio paese, quando muore qualcuno si fa il “passaparola” e anche coloro che non escono – ormai da più di un anno sessanta milioni di italiani sono agli arresti domiciliari – vengono subito a sapere la notizia attraverso i “social”, quella che un tempo si sarebbe chiamata la “stampa locale”, ovvero attraverso il lavoro dei solerti cronisti de “Il Galletto”, de “Il Filo” e di “Ok Mugello” che, dopo pochi minuti dall’evento, ti portano “in casa” la notizia…con tanto di foto.

Campanile di Giotto

Ai miei tempi, anzi, fino a poco tempo, era la campana che, con i suoi tristi rintocchi, ti informava che qualcuno del tuo paese era partito per il Cielo e sembrava dar l’addio al defunto…ora la campana, forse in omaggio alla “modernizzazione conciliare”, non suona più…resiste il buon Graziano,il fedele sagrestano, che con animo sensibile, ricorda ancora l’evento della morte e presso la chiesa del SS. Crocifisso saluta rispettosamente, con il mesto “dan…dan”, il defunto e sembra voler abbracciare con il suono (registrato perché ai “salesiani” non c’è campanile) di quei bronzi i familiari e detergere le loro lacrime.
Ero all’ospedale della SS. Annunziata, a Firenze, dove da più di un anno mi reco, periodicamente, per cure, e non so se le campane abbiano suonato a morto il giorno dei funerali di Paolo Timori…io appresi la mattina, tardi, dal mio edicolante, dove giornalmente mi reco a prendere il quotidiano, e quasi non volevo crederci; un nodo di commozione mi serrò la gola e ricordai e rividi, come in una pellicola che scorre, tanti momenti della vita di Paolo che, se lo dovessi descrivere con un solo aggettivo, lo definirei come una persona buona.

Da oltre trent’anni Paolo Timori aveva “rilevato” il Bar Italia, ovvero quello che veniva e tuttavia viene chiamato “il Vaticano” in quanto, un tempo, era frequentato, in genere, da membri del partito popolare che, nel pomeriggio, si sedevano ai tavolini per fare la “partitina” a scopa o a briscola… la mia nonna, qualche volta, diceva , a me o al mio fratello :”Vai da Toppero a prendermi un biglietto della sita per Firenze” e Toppero (soprannome del Sig. Gabrielli) era il gestore del “Vaticano” dove c’era anche la biglietteria delle corriere (le “site”) che, prima, ad ogni ora, partivano e arrivavano per e da Firenze; insomma, parafrasando il titolo di un bel libro di Natalia Ginzburg, nel nostro “lessico familiare”, il Vaticano aveva assunto una certa importanza.
Il mio babbo, quando ormai non poteva più uscire di casa, voleva il caffè del “Vaticano” e, se non c’era chi poteva andare a prenderglielo, allora si accontentava del caffè fatto con la Moka…ma con la “polvere del Vaticano”…

Glielo raccontavo, talvolta, a Paolo e, allora, lui sorrideva e il suo sguardo sembrava quello della Bettina manzoniana : “lieto e superbo”.
Era generoso e, come si suol dire, il nostro Paolo non aveva “il braccino corto” o “il granchio” e, posso ben dirlo, era sempre pronto, senza strombazzarlo ai quattro venti, ad aprire i cordoni della borsa, e a dare il suo contributo, o la sua “sponsorizzazione”, a iniziative culturali, religiose, filantropiche, sportive….ho visto, da qualche parte, un commosso ringraziamento al “pasticcere grezzanese” dell’UNITALSI (“una persona umile con un cuore grande, sempre pronto ad aiutarci, in tutte le iniziative…”)

Pieve di San Lorenzo

 

Un artigiano bravissimo, pieno di idee, che aveva trasformato un “bar di passaggio” – dove la gente, in fretta, gustava, in piedi, il caffè o l’aperitivo, prima di prendere la”Sita”, e dove, qualche “vecchio popolare”, buttava sul tavolo le sue carte insieme alle nuvole di fumo del Toscano o delle sigarette “Alfa” e “Nazionali” -, in una ormai famosa pasticceria, in un paese come il Borgo, conosciuto proprio per i suoi dolci e per i suoi pasticceri…in quel serpentone di strada (via del corso) che si snoda dal Ponte Rosso all’Oratorio del SS. Crocifisso, attraversando il Borgo Medievale, con la pieve romanica e il longobardo campanile, con qualche diramazione anche nel “borgo nuovo”, eccole le pasticcerie : da “Pallino” (Aurelio e Luciano), famosi per i bomboloni ripieni di panna o di crema e per i gelati, in cono o “in macchina” (da 10 , 20, 25, 30, 40 e 50 lire), che venivano serviti a cominciare dalla “Settimana Santa”…e poi il Valecchi (lo ricordo il Sig. Armido che, a volte, negli anni Cinquanta, incontravamo con la moglie, a “Fiumetto”) di cui tutti apprezzavano le sue “paste” tanto che Mario della Corallina (anche lui, ahimè, ha tirato giù il bandone, per godersi una meritata pensione) disse a Renzo Boni che stava gustando una “pesca con la crema” : “Eh, sono una specialità…noi le prendiamo dal Valecchi fin dal 1932…”

Malacoda

E dal Valecchi, Paolo imparò il mestiere e, da lì, “mosse le penne”

E, sempre nel Corso, la “Giulietta” – che ha “messo le tende” nell’ex forno del Bellesi ovvero “Fighetto”, che cuoceva il buon pane casalingo nel “forno a legna” – con le sue “ciambelle”, una sorta di Buccellato, i suo biscotti con le mandorle e le sue crostate di more e di albicocca che la Vera ti porge con il sorriso sulle labbra. Un “forno” che fa il paio con quello di Francesco Viliani (ora nel Corso, un tempo in Malacoda) con i suoi “Tiramisù” , i “millefoglie” le “Bavaresi” e tutti i tipi di biscotti, dai cantucci di Prato, agli anicini, a quelli di pasta di mandorle e,infine – è Mons. Carlo Calzolai a confermarlo nel suo prezioso “Borgo San Lorenzo nel Mugello” Ed. LEF 1974- “Per la festa del Crocifisso sono venuti anche dall’estero. Per un anno intero hanno sognato questo giorno, ansiosi di sedersi a tavola con tutti i parenti, per bere un buon bicchiere ed inzuppare nel vin santo il ciambellone, uscito fumante dal forno del Viliani”.
Le cugine della mia mamma, Anna e Franca Berretti, da una vita a Milano, ricordano ancora le loro “incursioni” nella premiata pasticceria “Cesarino” dove troneggiano le famose Bigné, mentre, sorta da poco, ha preso piede la pasticceria del Bencini in via Leonardo da Vinci con gli impareggiabili budini di riso, le sfoglie ripiene e le “bavaresi”…ricercatissime.

Ebbene Paolo nel suo bel laboratorio nel Palazzo del Bambi – l’ho sempre visto aperto, tutte le notti, dalle 2 in poi, da una quarantina di anni a oggi e, spesso, dalle mie finestre che dominano il “natìo Borgo selvaggio”, mi affacciavo e mi affaccio tuttavia, in lunghissime ore di triste insonnia e, vedendo quella luce, mi sembrava (e mi sembra) ormai trascorsa la notte e di non essere più solo – preparava, quasi a stupirci, le sue specialità: dalle torte di frutta ai “budini” e alle “pesche giganti”, ai maritozzi con la panna; dalle “zuppe” alla bavaresi, alla schiacciata alla fiorentina, dai ricciarelli ai biscotti con la pasta di mandorle, ai famosi “cantucci”…

Sorrideva contento quando gli dicevo che era diventato “il principe dei pasticceri” e che aveva superato Gilli e Doney…
Molte volte, al mattino, mi sedevo a un tavolino a leggermi, in pace, un giornale, spesso si accodava (o mi accodavo a secondo di chi arrivasse per primo) il mio amico Renzo Boni e, il buon Paolo, che conosceva le nostre “debolezze”, degne del girone infernale di Ciacco, arrivava lì e ci portava, gratis et amore dei, un vassoino con pezzi di cioccolata, degli spicchi di “panettone”, nato nel suo forno, o ci faceva balenare davanti agli occhi il vassoio dei maritozzi alla cui tentazione era difficile sottrarsi e quando, infine, cedevamo mangiandoceli, quasi di nascosto, Paolo ci chiamava nel laboratorio e ce li riempiva con un supplemento di panna…quanti peccati di gola….

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E poi il club della Juventus, di cui il Timori era socio, – e i cui sodali hanno deposto, in suo ricordo, davanti a una vetrina del negozio, un mazzo di rose e i colori della sua squadra – che, quasi al completo, la mattina e il pomeriggio occupava tavolini e panchine intavolando discussioni…e lui, sempre sorridente e paziente, senza mai offendere o alzare la voce, anche nelle discussioni più accanite….
Mons. Carlo Celso Calzolai così scrive nella prefazione al suo libro su Borgo: “Noi paesani siamo fatti così; ovunque si vada, anche in capo al mondo, abbiamo la nostalgia della nostra terra (…) Anche se nuove costruzioni hanno dilatato il paese, dandogli l’aspetto di città, l’ambiente è sempre quello: col Castelvecchio , col Pozzino, con S. Lucia e Malacoda.

In questo istante sembra di risentire la voce della Moggina che annunzia le pere cotte e quelle del Ciaccheri e di Ciabarrino che fanno reclame ai loro gelati gustosi.

In pieve suonano ad agonia: tutto il paese si fa serio, le donne lasciano i loro lavori, gli uomini si strisciano le mani al grembiule e si affrettano alla chiesa: sta morendo un borghigiano, uno di casa. (Cfr Carlo Celso Calzolai: “Borgo San Lorenzo nel Mugello” Ed. Libreria Editrice Fiorentina 1974)
Mah…anch’io, a volte, nella sera, ripercorro le strade del mio “natìo Borgo selvaggio” ma, anziché risentire le voci dei nostri “vecchi”, vedo poche figure mascherate, terrorizzate dal Covid 19, quando ti incontrano ti guardano in cagnesco, se riconosci un amico e lo chiami ti intima di stargli lontano : niente abbracci, niente strette di mano…per non parlare della chiesa dove, anziché fare catechismo o amministrare il Sacramento della “confessione” si preferisce fare profilassi, profanando il Corpo di Cristo, e qui mi fermo…. perché, andando oltre, ne direi tante, e grosse come una casa ….
I miei cari, vecchi borghigiani, sembra abbiano rinunciato a vivere per non morire…a me sembra di trascorrere i giorni della “prigionia” in un paese astrale con rare “fantasime”….

Ma Paolo no, era ancora una persona vera, non mollava, e continuava, con i suoi dieci dipendenti il lavoro, non volendo abbandonare la speranza per il futuro…in questo aiutato dalla moglie, la Signora Carla e dai due figli, Matteo e Riccardo….mi mancherà(e ci) mancherà Paolo, ci mancherà il suo sorriso contagioso e la sua voglia di vivere, la sua calda cordialità, la sua passione per il lavoro.

Il cordoglio unanime della cittadinanza, la fiumana di persone che è andata a rendere onore alla salma, i tanti fiori, sono stati una grande dimostrazione di affetto – in tempi di estrema “freddezza” – per Paolo Timori e per i suoi familiari.

Non vorrei fare retorica ma con lui se n’è andato un pezzo – e non il meno importante – del nostro Borgo e mi par di vederlo, Lassù, intento a preparare, per noi, quel banchetto che ci ha promesso il Signore e che non finirà mai : “Ad coenam vitae aeternae perducat nos rex aeternae gloriae” …come noi auspichiamo nelle nostre preghiere: ritrovarci insieme nel celeste “banchetto mistico” dell’Eternità.

PUCCI CIPRIANI

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© Il Galletto Notizie del Mugello e della Val di Sieve dal 1986
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