Intervista a Massimiliano Miniati: giornalista, attore e scrittore

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Ci racconta le sue origini, le esperienze, aneddoti romantici e ironici: “Ai miei lettori cerco di dare qualcosa di bello da leggere per un paio di sere: la difficoltà non è tanto far ridere o far piangere ma commuovere scrivendo una piccola cosa bella”

 

di Margherita Di Pisa

 

Massimiliano Miniati apre il suo cuore, e si racconta. Un artista di ascendenza mugellana ma è nato all’Isolotto, facendo ritorno in Mugello da circa vent’anni per essere al fianco dei suoi genitori. Il Mugello lo ha così conosciuto ed apprezzato e lo abbiamo intervistato. Scrittore poliedrico che ci spiega la sua passione per il giornalismo, il teatro e i romanzi. Massimiliano, tu sei nato come attore e scrittore teatrale. Quando hai scelto di iniziare a scrivere romanzi?È successo quando ho abbandonato l’attività teatrale: quando sei abituato a sfogare la tua creatività su qualcosa, rimane in te un desiderio inespresso che devi sfogare. L’ispirazione per il romanzo mi è venuta per un caso fortuito, quando mi sono imbattuto nella fotografia delle Logge dei Marroni, che sorgevano in piazza Curtatone e Montanara fino al 1969, sul libro “Mugello in bianco e nero” di Mario Calzolai. Dopo vent’anni di scrittura teatrale, di sketch comici e commedie, mi sono finalmente concesso di scrivere una storia fregandomi del fatto che non avrei potuto rappresentarla in teatro, dove la scrittura è “castrata” dal numero degli attori disponibili e dalla possibilità di mutare gli ambienti. Finalmente avrei potuto utilizzare i personaggi e i luoghi a mio piacimento”.

Massimiliano Miniati

Com’è cominciata la tua esperienza teatrale?Già da ragazzino avevo fatto esperienze teatrali a livello scolastico, ma l’occasione mi è capitata nel 1986, quando un amico, attore attivo nelle compagnie fiorentine, mi avvisò che cercavano attori per uno spettacolo, che aveva fatto il mio nome e che sarei stato contattato. A chiamarmi fu addirittura Beppe Ghiglioni, grande attore e regista all’epoca capocomico della compagnia Nuovo Bargello: lo avvisai che non avevo grande esperienza teatrale, ma mi rassicurò che non ci sarebbero stati problemi, e così è stato. Ho recitato con loro per un periodo: abbiamo interpretato Firenze d’autore, Addio Tabarin e altri pezzi, dopodiché ho deciso di abbandonare quell’ambiente. È stato allora che ho incontrato Sabrina Romanelli, con la quale abbiamo scritto lo spettacolo di Cabaret Il cieco e la Bellona, che mettemmo in scena a Sesto. Alla cena-spettacolo erano presenti i sindaci di tutti i comuni della piana: quando scendemmo dal palco avevamo già dieci spettacoli fissati! Demmo inizio a quella che fu quasi una tournée, venne a vederci anche Carlo Conti, che ci scelse per la prima edizione di Vernice Fresca, un varietà iniziato nel 1989. Dopo quell’esperienza televisiva abbiamo comunque continuato quella teatrale, perlopiù con spettacoli di commedia e cabaret”. Nei tuoi libri appaiono sempre, assieme ai tuoi personaggi, anche vere figure del Mugello che partecipano attivamente alla trama, ed è forse questo il motivo perché ti apprezzano tanto. Come riesci a farli interagire? I personaggi devono ovviamente essere funzionali alla trama e al contesto: nel romanzo “Più forte dell’Oceano”, per esempio, ho inserito Patrizia Chini e le sorelle Landi, ma la loro funzione è strettamente legata al nodo centrale del romanzo, una pellicola cinematografica, creduta distrutta dal regime fascista, che viene ritrovata. Di certo chiedo sempre il permesso ai borghigiani prima d’inserirli nei miei romanzi, ma in generale è una cosa che fa piuttosto piacere: Paola Leoni, per fare un esempio, mi chiedeva sempre se sarebbe stata nel prossimo romanzo..”. Come scrittore teatrale sei soprattutto un comico, ma i tuoi romanzi tranne eccezioni come “Il club delle vergini di ritorno”, sono perlopiù drammatici o comunque molto seri. Come spieghi questa differenza, già a partire dal tuo primo libro, ‘La novella del cuore murato’?L’indole dell’attore è per sua natura molto sensibile, altrimenti non sarebbe possibile per lui entrare e immedesimarsi nei personaggi. Come ho accennato prima, l’idea per il primo romanzo è nata in me quando ho visto per la prima volta le foto dell’abbattimento delle Logge dei Marroni, un edificio borghigiano della cui esistenza ero all’oscuro fino a quel momento: l’idea che lo avessero abbattuto mi diede una forte scossa e iniziai a scrivere la storia senza sapere dove sarebbe andata a finire. L’ho vissuto riga dopo riga così come il lettore, la storia è venuta fuori da sé via via che la scrivevo. Lo pubblicai senza particolari aspettative, pensando che sarebbe stato un episodio fine a sé stesso nella mia vita, non certo che sarei diventato uno scrittore!”.

Massimiliano Miniati (1)

Cos’è successo per farti cambiare idea?È successo che già dal giorno dopo la presentazione del libro in comune a Borgo San Lorenzo ho iniziato a incontrare per strada conoscenti che avevano letto il libro nel giro di poche ore e che mi chiedevano come sarebbe continuata la vicenda. Mi sono chiesto perciò che cosa precisamente piacesse ai lettori: l’ispirazione, quella volta, mi è venuta dalla curiosa storia di un quadro di Galileo Chini, che proprio quell’anno sarebbe tornato da una galleria romana alla quale era stato prestato e sarebbe stato esposto a Villa Pecori. Era un quadro molto suggestivo e misterioso già di per sé: raffigura una donna in un palco di teatro, alle cui spalle s’intravede il volto della morte; le fonti sono ambigue al riguardo, perché in alcune guide è intitolato “L’ultimo invito”, in altre “L’attesa”. Ho riflettuto che, preda come siamo della frenesia quotidiana, dell’indolenza e altro, abbiamo continuamente davanti agli occhi cose anche meravigliose che non conosciamo e che a volte neppure notiamo. Il romanzo è basato su questo assunto: che i borghigiani neppure s’accorgevano dell’esistenza del quadro finché esso non viene rubato. Quello a cui miro coi miei romanzi è soprattutto intrattenere, dare ai lettori qualcosa di bello da leggere per un paio di sere: la difficoltà per uno scrittore, e lo dico da autore e attore comico, non è tanto far ridere o far piangere il lettore con trovate divertenti o strappalacrime, ma far scendere una lacrima di commozione scrivendo una piccola cosa bella”.

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© Il Galletto Notizie del Mugello e della Val di Sieve dal 1986
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