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La messa è finita di Fabrizio Scheggi

La messa è finita

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di Fabrizio Scheggi

Fabrizio Scheggi, storico e scrittore mugellano con il racconto breve che pubblichiamo ha partecipato al settimo premio letterario della Federcaccia di Firenze aggiudicandosi il 2° premio. Riportiamo la motivazione della qualificata giuria che ha accompagnato il riconoscimento

“Sacro e profano. Il racconto trova il suo perfetto equilibrio tra due vocazioni, l’ostia e la dea Diana, portando una passione a un livello letteralmente ieratico. Qui si celebra la vita della campagna, dove alla messa segue un’altra e non meno valoriale ricchezza, fatta di segugi e doppiette. La fede si battezza nell’autenticità, nel bisogno di ammettersi cacciatori, ritrovando abitudini e storie che affondano nell’italica cultura agreste”.

 

All’inizio degli anni sessanta Don Renzo era da almeno trent’anni il rispettato parroco di un paesino con poche centinaia di anime immerso nella campagna ai piedi dell’Appennino. Prete coscienzioso e disponibile, credeva profondamente nella sua missione pastorale ed era sempre pronto ad aiutare i compaesani e confortare i malati a qualsiasi ora e con qualsiasi stagione. In tempo di guerra non si era fermato neppure durante i bombardamenti, sfamando tante famiglie bisognose e accogliendo in canonica gli sfollati. Aveva un solo piccolo e trascurabile difetto; quello di modificare a suo piacimento le formule religiose nelle preghiere. Per questo motivo durante la messa poteva capitare di sentirlo pronunciare frasi sconcertanti come quando, cercando di richiamare l’attenzione di un distratto chierichetto, recitò “Santa Maria madre di Dio prega per noi peccatori, adesso è nell’ora che tu mi prenda le ostie!” E le pie donne, più per abitudine che altro, risposero in coro senza esitazioni: “Ameeen!”. Don Renzo era anche un prete che non la mandava a dire se qualcosa non gli tornava per il verso giusto. Una volta durante la tradizionale processione del 15 Agosto, festa di Santa Maria, passando davanti al bar del paese vide un gruppo di giovani che stava seduto e indifferente al passaggio del corteo religioso. Il prete, senza fermarsi, recitò nella litania “Ave Maria piena di grazia e tutti i ciuchi stanno a sedereeee!”. “Ameeeeen!” risposero ancora disciplinatamente in coro le pie donne senza capire nulla, mentre il gruppo di ragazzi si dileguò in un baleno all’interno del locale vergognandosi parecchio.

 

A dire il vero Don Renzo, perlomeno a dar retta alle medesime abitudinarie comari del paese, aveva un altro grosso difetto; era un accanito cacciatore, con buona pace degli insegnamenti animalisti di San Francesco. Appena poteva, ungeva a puntino la vecchia doppietta a cani esterni, cimelio di famiglia, si preparava da solo poche cartucce e si gettava a capofitto tra le braccia di Diana. Questo simpatico prete paesano era soprattutto appassionato di caccia alla lepre per la quale si serviva di due inseparabili “Vespe”; una era lo scalcinato scooter grigio che aveva sempre sotto il sedere e l’altro la vecchia Vespa, mansueto e fedele segugio a pelo scuro. Aveva pure un gruppo di amici, una “squadra” con cui condivideva la passione venatoria, ma da sempre aveva dovuto affrontare un grosso problema. I compagni organizzavano le battute alla lepre la domenica mattina, unico giorno in cui erano liberi dal lavoro, mentre Don Renzo in quelle stesse ore si doveva preparare per le funzioni religiose domenicali. Per questo motivo da giovane era arrivato a non sopportare più la messa, momento fondamentale della settimana liturgica; addirittura, a un certo punto la grande passione venatoria aveva finito per fargli venire dubbi perfino sulla sua vocazione. Alla fine aveva prevalso la fede, e da allora si era accontentato di uscite solitarie a caccia durante la settimana, come quelle che faceva ancora dopo tanti anni con le due Vespe e poi, a età avanzata, solo con quella pelosa a quattro zampe e sempre nei dintorni della canonica.

 

Un bel giorno d’autunno Don Renzo si stava vestendo per l’ennesima funzione. Dalla finestra lo sguardo spaziava distrattamente nell’azzurro limpido del cielo. Un soffio leggero cullava il volo delle foglie che si staccavano da querce brillanti di giallo e bronzo planando lente e copiose sul prato, sgargianti petali d’invisibili fiori. Il sole d’ottobre riempiva il cuore di un dolce tepore, la terra emanava un profumo intenso, maturo. Una grossa lepre se ne stava proprio lì tra quelle foglie colorate non troppo distante dal muro della chiesa; ritta sulle gambe posteriori, sembrò per un attimo fissare il prete in tono di sfida per poi andare a nascondersi dentro la grossa catasta di legna che il curato aveva fatto preparare per l’inverno ai margini del bosco. L’indomani, deciso a far fuori l’orecchiona, il prete smontò la tonaca e si vestì di tutto punto per Diana. Caricò il fucile, prese la Vespa (quella canina), e si diresse verso la legnaia mentre una fitta nebbia avvolgeva tutta la scena. Appena il segugio si avvicinò alla catasta partì lo “strillo” dello scovo e nello stesso preciso momento partì come un fulmine anche la lepre! Il prete fece appena in tempo a vederla baluginare dalla parte opposta e sparò quando l’animale era ormai troppo lontano. Come volesse sfidarlo, la lepre si fermò poi a guardarlo seminascosta dalla nebbia, sempre ritta sulle zampe posteriori. “Mi prende in giro, quella maledetta!” pensava sempre più indispettito il prete.

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Nei giorni seguenti, dopo due o tre tentativi finiti all’incirca allo stesso modo, quella sfida era ormai diventata una vera fissazione per Don Renzo il quale si mise a studiare un piano d’attacco o, come la chiamava lui, la “strategia”! Pensò bene di tendere la posta sulla via preferita dalla lepre e chiese al chierichetto Remo, convocato per l’occasione, di andare dalla parte opposta della catasta; lì, con alle spalle una fitta rete di recinzione, avrebbe dovuto sciogliere la Vespa. Anche quella volta, però, la lepre se la filò tranquillamente scegliendo senza paura una fuga a zig-zag tra le gambe del ragazzo e quelle del cane per infilarsi precisa in un buco della rete; poi, ormai lontana, si fermò anche stavolta ad ammirare la scena da un rilievo stropicciandosi il naso con le zampe anteriori. Quando s’accorse del buco nella rete la mente disperata di Don Renzo si perse in ragionamenti confusi: “Aveva previsto tutto quel diavolaccio dalle lunghe orecchie, si era già preparata la via di fuga da chissà quanto tempo!” Inutile, nemmeno la famosa “strategia” aveva funzionato. Per prendere quella furbastra il prete avrebbe avuto bisogno della “squadra”; per il momento, sia pure a malincuore, doveva rimandare la cacciata.

 

L’inverno arrivò troppo velocemente a grandi e silenziosi passi; piccole gocce di rugiada cristallizzavano al suolo rendendo fiabesco il paesaggio intorno alla chiesa, il vento soffiava ormai da giorni freddo e tagliente come un rasoio. La domenica mattina, mentre recitava la consueta messa per i fedeli, si sorprese a pensare che l’indomani avrebbe fatto l’ultimo tentativo per far fuori la “sua” lepre prima che la stagione di caccia terminasse. In verità, più per abitudine che altro perché a dirvela tutta in confidenza, anche se il prete non l’avrebbe mai ammesso, in cuor suo era perfino contento che la furba orecchiona l’avesse sempre fatta franca. Giunto quasi al termine della funzione, intravide un gruppo di cacciatori passare poco distante dalla porta della chiesa. Poco dopo da dentro l’edificio si udì distintamente una vicina canizza seguita da un colpo di fucile secco e isolato. Si sentì chiamare i cani. Don Renzo dall’altare emise un lungo sospiro di rassegnazione e pronunciò la frase di rito anche stavolta, ovviamente, modificata: “La messa è finita e la mia lepre se n’è andata in pace!”  E tutte le pie donne risposero in coro: “Ameeen!

 

©Copyright 2020-Fabrizio Scheggi

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