“Poema della fine”: Giacomo Dominici porta in Taiwan l’opera di Marina Cvetaeva

“Poema della fine”: Giacomo Dominici porta in Taiwan l’opera di Marina Cvetaeva

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Giacomo Dominici è un giovane attore e performer mugellano

 

 

Da Margherita Di Pisa: “Che cosa sono 9500 km (quasi 9600)? Dipende: è la distanza che separa, all’incirca, il Mugello da Taipei, capitale del conteso stato di Taiwan. Ed è anche la distanza che percorrerà Giacomo Dominici, giovane attore e performer mugellano, per portare assieme al collega e amico Ian Gualdani, fondatore assieme a lui della compagnia Opera del Rosso, il progetto “Poema della fine” a Taipei.

Giacomo, com’è nato “Poema della fine”?

“Nasce dalla forte affinità scoperta con Ian Gualdani, un collega attore, poco più giovane di me e con il quale è nata una forte intesa. Io e Ian abbiamo lavorato assieme in alcune attività e spettacoli promossi da il Teatro del Carretto di Lucca, e in tali occasioni è nata una prima reciproca conoscenza. La nostra compagnia però è nata alla fine di ottobre, nel 2020 quando, in seguito a mesi di clausura derivata dal lockdown e culminata per noi – nella sua drammaticità – con la chiusura dei teatri indetta il 25 ottobre, io e Ian abbiamo manifestato la nostra rabbia tramite una performance lungo le strade di Firenze. L’improvvisazione di questa performance ci ha reso chiara la nostra affinità: così abbiamo deciso di creare insieme la compagnia “Opera del Rosso”. Insieme siamo arrivati all’opera della poetessa russa Marina Cvetaeva, che Ian già conosceva, e abbiamo avviato una ricerca artistica sulle quattordici stanze del suo testo “Il poema della fine.” Il nostro, credo sia un incontro con la poesia e con la poetessa, nonostante la sua assenza: difatti noi non la recitiamo sul palco, ma vi entriamo in relazione, anche attraverso i corpi dei performer (a noi si sono aggiunti anche altri due attori, Davide Arena ed Emanuele Marchetti) e gli oggetti di scena. Se abbiamo fatto un lavoro arbitrario? Ritengo di no; si tratta di entrare in relazione con qualcosa di delicato e potente, la poesia, che anche se non è pensata per la scena abbisogna più che mai di rispetto, onestà e grande rigore, anche rischiando il fallimento. Fino a ora abbiamo lavorato su quattro delle quattordici stanze poetiche del Poema e prevedo che il progetto richiederà ancora molto tempo, continuando a lavorarci come abbiamo sempre fatto, senza la pressione di richieste esterne o scadenze, se non quelle imposte da noi o dall’opera stessa.

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Come siete arrivati dalla Toscana a Taiwan? “Abbiamo presentato il nostro progetto artistico per la partecipazione a vari bandi e ha funzionato particolarmente bene per questo bando internazionale. Prenderemo parte a una residenza artistica presso lo Shinehouse Theatre di Taipei per quaranta giorni: di questi, quindici saranno di prove, mentre il resto del tempo di residenza sarà diviso tra confronti e workshop con gente e artisti del posto, in momenti di scambio e di incontro. Mi colpisce molto che il nostro progetto, creato coi nostri tempi e finanziamenti, sia stato accettato tra i tanti che hanno partecipato al bando. Questo mi dà forza; mi porta anche a chiedermi cosa troveremo là: dato che non potremo portare con noi gli oggetti di scena né gli attori che si sono aggiunti successivamente, dovremo creare e inventare molte cose sul posto, tentando di ricostruire elementi del nostro lavoro consapevoli di vivere un luogo diverso e con diverse energie”.

(Articolo adattato dall’intervista con l’attore) Foto di Giulio Melani”.

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