Una storia a lieto fine Il giorno di natale Riccardo esce dal Covid19

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“… E mai poter bere alla coppa d’un fiato ma a piccoli sorsi interrotti…”

Cominciamo dalla fine, ovvero la sera di Natale quando si è aperta la portiera dell’ambulanza che mi riportava a casa dopo una settimana di permanenza a Ponte a Niccheri causa polmonite da Covid19.  Ecco la mia casa dall’esterno non mi era apparsa mai così bella.

Ma, come detto, quella era l’ultima tappa di una vicenda cominciata il 13 sera, domenica, con una serie di sintomi vari (stanchezza, pesantezza di stomaco, febbre, ma non perdita olfatto) seguita il 14 dalla richiesta di Giovanni Dreoni, medico di famiglia, del tampone. Tampone effettuato il 15 con conferma il giorno seguente da positività al Covid-19.

Pensavo, a quel punto,  di aver, come detto, già dato ed invece, era solo l’inizio. 

Perché dal 17 sera cominciava un lento, costante peggioramento. In  sostanza mi sentivo sempre  meno autonomia nel fare. Ricordo la minestra in brodo del 17 a cena, mangiata un cucchiaino per volta. O il sorso d’acqua singolo  che era il massimo al quale aspirare. Il 18 la visita del personale Usca evidenziava una situazione a rischio vista la sempre più limitata autonomia respiratoria, proponendo ricovero ospedaliero. La testa ha detto subito si, poi ha cominciato a veleggiare qua e la’. Cosa avevo? Quanto mi avrebbero tenuto? Cosa potevo/dovevo portarmi dietro? In ambulanza l’attacco all’ossigeno mi restituisce un po’ di vita. Quando arriviamo a Ponte a Niccheri vengo subito portato al pronto soccorso Covid. Iniziano le visite, gli esami. La cosa che mi ricordo distintamente – e che sarà il motivo ricorrente di tutta la mia degenza – sono gli occhi e lo sguardo del personale tutto, seppure parzialmente celati da Ffp2 e visiera e tutto il vestiario di protezione. Quegli occhi, mentre ti visitano, ti danno la terapia o ti prendono i parametri …  ti fanno sentire al sicuro. Ne percepisci la forza gentile.Occhi che infondono sicurezza, anche a chi come me si e’ sentito una candela che si stava spegnendo. Mi sembra di capire dal medico che mi visita  che il Covid 19 nel mio organismo e’ sostenuto dalla polmonite. Ho la febbre. Cominciamo le prime flebo e poi il trasferimento in reparto. Osma degenza medica A. Quinto piano.  E’ notte. Il tempo di avvertire a casa come vanno le cose che provo a dormire. Penso di non riuscirci. Convinzione che dura poco perché mi ritrovo alla mattina dopo. L’ossigeno mi viene fornito di continuo ma con tubicini che mi permettono un po’ di autonomia nel senso che posso andare in bagno ed alzarmi a sedere per mangiare.  

Dal 19 parte la terapia che e’ stata ritenuta idonea per me, e che si ripeterà fino al 24. Intorno, nel reparto dove mi trovo insieme a coloro che con me stanno combattendo in condizioni diverse questa battaglia inaspettata e dai contorni indefiniti,  si avvicendano tante persone. Il loro sorriso, i loro occhi, l’affetto che ci riservano, insieme alla loro professionalità, hanno rappresentato un elemento fondamentale per la nostra situazione. Hanno reso più forte la terapia.

Sabato pomeriggio il momento peggiore: quando mi risveglio il letto intorno al mio e’ circondato da paraventi. Voci abbassate, percepisco “non ce l’ha fatta” , poi sento una cerniera che si chiude e il letto si allontana. Panico. Non so quanto dura questa situazione. Non so cosa pensare.

Si prova a ripartire. Sicuramente il mondo d’amore, affetto e amicizia che arriva dal cellulare, mi aiuta tantissimo. Cambio stanza e sono con una persona che e’ stata 15 giorni in rianimazione. Scopriamo legami in comune e perfino conoscenze come Don Luciano, il nostro parroco.

I giorni si susseguono uguali eppure diversi perché comincio a sentirmi meglio e i risultati degli esami confermano questa mia sensazione. Si mangia anche bene e non e’ un eufemismo. Tortellini al sugo, melanzane, vellutata patate e porri con pane abbrustolito. Seppie in umido, arrosto di vitello. Quando una mattina a colazione arrivano due fettine di pandoro, una standing ovation. Anche questa e’ terapia.

Mi dicono di stare a sedere quanto più possibile per aiutare i polmoni a respirare. Di fare qualche passo in corridoio senza strafare. Così comincio a fare le “vasche” in reparto, ma non c’è nulla da comprare. Del resto non ci manca nulla di essenziale alla malattia. Mando qua e là foto per testimoniare come sto visto che chiacchierare, nonostante mi piaccia, mi stanca. Mi sento connesso ad un Bene che da tempo non percepivo così forte. La terapia specifica termina, i risultati sono quelli sperati. Mi sento sempre più candela viva e sempre meno stoppino. Il 24 e’ una tappa fondamentale. Stop all’ossigeno. Vediamo come vanno i risultati complessivi senza “aiutini”.

Morale che sale. Basta non leggere le lamentazioni di chi sui social dice che dovrà passare il Natale da solo, oppure che a tavola non avrà persone come gli altri anni, che la dittatura sanitaria…

La vigilia assistiamo in camera alla messa di notte (ore 20) via YouTube da San Casciano, un piccolo grande segno di normalità.

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Il giorno di Natale, il controllo più atteso. Sta andando tutto come previsto. Si può tornare a casa. Appare una lacrima in entrambi gli occhi. Conto il tempo per l’arrivo dell’ambulanza. Eccola.

Dall’ex letto 51 e’ tutto.

(Non alla prossima)

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© Il Galletto Notizie del Mugello e della Val di Sieve dal 1986
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